VENEZIA 70 – "Zoran, il mio nipote scemo", di Matteo Oleotto (Settimana della Critica)

Il percorso formativo di Paolo e Zoran non segue grandi viaggi o imprese titaniche, ma la vita semplice degli abitanti del paese friulano in cui si svolge la vicenda, e i tempi lenti in cui le giornate si susseguono l'una all'altra senza picchi emotivi. Matteo Oleotto dipinge la sua terra con i colori e che gli sono più cari, come il verde cupo delle colline e il rosso robusto del vino, intessendo lo sfondo ideale per questo piccolo dramma familiare.

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Come in un dipinto di Caravaggio un raggio di luce trapassa la finestra del bar in cui Paolo Bressan passa le sue giornate, trascinando il suo corpo disfatto tra un bicchiere di vino e l’altro, e lo illumina. Il messaggio di redenzione prefigura la rinascita e il cambiamento che sta per investire la sua vita. Zoran, la preziosa eredità di una zia slovena semi sconosciuta, entra nella sua vita come un angelo e con la sua disarmante semplicità lo sveglia dal torpore e gli concede la possibilità di essere un uomo nuovo.

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Paolo Bressan, l’alcolizzato dai modi rudi bistrattato da tutti gli abitanti del paesino friulano, è il prescelto. Dopo un rovinoso divorzio, vive allo sbando e sperpera tutti i suoi risparmi al bar, senza alcun controllo sulla sua vita e nessun desiderio di cambiarla. Quando le responsabilità bussano alla sua porta hanno il volto di un ragazzino di quindici anni, occhialuto e ben istruito, ma introverso e completamente inadatto alla vita sociale. Paolo e Zoran sono agli antipodi per carattere ed educazione, ma il rapporto conflittuale con la società e l’incapacità di trovare un posto nel mondo, li spinge a trovare l’uno nell’altro i tasselli mancanti per crescere e diventare finalmente uomini. L'inevitabile scontro iniziale e l'oppressione da parte dello zio Paolo sul giovane Zoran, attraverso i numerosi tentativi di conquistare l'amore e la vittoria in un concorso internazionale di freccette, non solo si risolvono in profonda complicità e affetto reciproco, ma ribaltano il rapporto di potere tra i due. 

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Il percorso formativo di Paolo e Zoran non segue grandi viaggi o imprese titaniche, ma la vita semplice degli abitanti del paese friulano in cui si svolge la vicenda, e i tempi lenti in cui le giornate si susseguono l'una all'altra senza picchi emotivi, mentre ci si districa tra le attività abituali, come incontrarsi in un bar per bere insieme, cantare nel coro locale o giocare con le freccette. I personaggi si muovono lentamente alternando la disillusione alle piccole gioie che regalano i rapporti umani e Paolo e Zoran imparano a fare lo stesso, stando insieme e lasciandosi alle spalle i lutti e i fallimenti del passato. Senza la pretesa di creare una storia memorabile, Matteo Oleotto porta sullo schermo ciò che conosce meglio. Dipinge la sua terra con i colori e che gli sono più cari, come il verde cupo delle colline e il rosso robusto del vino, e intesse lo sfondo ideale per un piccolo dramma familiare, in cui l'ironia nera di Paolo trova il suo contrappunto nei buoni sentimenti di Zoran, e la fotografia statica e affatto invasiva li conduce per mano verso la maturità spirituale.

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