VENEZIA 71 – Mise en scène with Arthur Penn (a conversation), di Amir Naderi (Venezia classici – Documentari)

C’è un momento in questo sublime e anarchico viaggio filmato che sembra proprio non dover finire mai…un singolo momento, che racchiude tutte le infinite traiettorie prodotte dal faccia-a-faccia Naderi/Penn. Il devoto ammiratore Amir chiede al vecchio grande Arthur perché al principio fosse molto dubbioso sul progetto Bonnie and Clyde; perché quella sceneggiatura proprio non lo convincesse dopo la prima lettura. Penn attende un attimo, pensa, poi risponde “non comprendevo il film, mi pareva ovvio, sino a quando mi son reso conto che doveva essere il medium a compensare la storia”. E letteralmente inizia a mimare l’esperienza sottesa al suo filmare: “argh, mmm, ghhh”, i personaggi devono addolorarsi, gioire, vivere di passioni, perché “il cinema non deve limitarsi a creare azione e vita; il cinema deve essere già parte dell’azione e della vita”. Tra un sorriso e l’altro, ecco un’immensa lezione etica sull’atto del filmare.

Mise en scène with Arthur Penn (a conversation) è un’esperienza unica. Un’immersione totale nel singolo punto macchina scelto da Naderi (il volto di Arthur Penn che parla e illumina), in varie conversazioni datate 2005 che solo oggi hanno travato “forma”. Oppure no, ci saranno diversi montaggi, diverse durate, a seconda delle piattaforme, del resto non ci può essere “forma prestabilita” in un organismo vivo. Naderi è un fiume in piena che sfugge sin da subito all’approccio didattico “non voglio fare un’intervista da critico né analizzare nessuno dei tuoi film insieme a te, mi interessa altro”, ossia la persona che c’è dietro, la sua esperienza, le passioni e gli amori, dall’alto di una stupefacente e dettagliatissima conoscenza del cinema americano dell’epoca. Una semplice intervista frontale, pertanto, diventa istantaneamente una liminale esperienza estetica, condita dalla bassa definizione del video, degli scossoni all’inquadratura prodotti dall’entusiasmo fisico di Naderi e da quel magnifico idioma inglese un po' incerto che dall’Iran agli Stati Uniti parla solo la lingua della passione. Con impagabile esuberanza fanciulla.

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Bersaglio di Notte, di Arthur PennE allora: Naderi è ossessionato dal passato di Penn e da come questo si sia tradotto in film. È ossessionato da come Penn abbia filmato le donne e la violenza, la dolcezza e la barbarie e da quali “immagini passate” il suo cinema così potente e rivoluzionario sia germogliato. E poi ovviamente dai cineasti della Hollywood classica amati da entrambi, la predilezione per Hawks, la meccanicità di Hitchcock, il debito con Kazan, tutto insieme appassionatamente. I racconti pacati e intimi che ne conseguono (l’infanzia passata negli anni della crisi economica, il rapporto con i genitori separati, il confronto con il famosissimo fratello fotografo Irving Penn) traboccano un’umanità purissima e mai filtrata da un montaggio che torna bazinianamente ad essere proibilto. Un’esperienza che erompe dal lunghissimo e ininterrotto discorso (in questa versione di 210' spalmati in 3 incontri) dove non si avverte la pur minima ombra di costruzione prestabilita e dove proprio l’esplosione caotica delle traiettorie, le deviazioni, i ritorni sulle stesse domande o i ricordi riaffiorati improvvisamente, sono le uniche tracce di vita che interessano ai due enormi cineasti. Il flusso ininterrotto tra campo (Penn) e fuori campo (Naderi) fa balenare il cinema nello spazio tra che li divide, allora, proprio nel nostro spazio di spettatori. “Non so bene cosa significhi quel fermo immagine finale, tranne il fatto che per me significa tutto…”. Arthur Penn su I 400 Colpi. Che dire di più? Silenzio.