War Is Over, di Stefano Obino

Un racconto di rinascita affidato a frammenti del quotidiano e anche una riflessione sulla guerra e sulla sua rappresentazione attraverso l’immagine. Ad Alice nella città

War is over, il documentario di Stefano Obino presentato in Panorama Italia di Alice nella città, è tutto contenuto nel titolo. Rumori di spari e di guerriglia riempiono uno schermo nero che non vuole restituire l’immagine che ci aspetteremmo e a cui siamo ormai abituati. Lo scenario, ci informa la didascalia, è quello del Kurdistan iracheno a un anno dal durissimo conflitto contro l’Isis. I segni dei bombardamenti sono evidenti, così come la vita che non si arresta e che riprende nella sua ricomposta normalità: in una piscina all’aperto, che è stata risparmiata dalla distruzione, dei giovani ridono e si divertono; un gruppo di persone si è raccolto in un locale per guardare insieme una partita di calcio; dei bambini giocano in un campo profughi, intercettando con lo sguardo la macchina da presa.

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Obino non resta estraneo alla narrazione: la camera si fa visibile attraverso gli occhi delle persone o di chi vi interagisce – “lasciati filmare”, dice una madre al figlio intimidito; dei ragazzi indietreggiano divertiti e si fanno inseguire coinvolgendo il regista nell’azione. Alla fine, in un tourbillon emotivo che mette al centro l’arte e il suo potere di rappresentazione, questi entra in campo per qualche istante, quasi dimentico del suo ruolo.

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Il film si muove continuamente su due piani, uno più interno alla storia che si pone a stretto contatto con la materia, e uno più statico che osserva dall’esterno cercando di cogliere i cambiamenti di un paesaggio contaminato dalla modernità: la città di Lalish con il suo sito d’estrazione del petrolio, i cui fuochi rischiarano la notte; o Duhok con le sue ruote panoramiche e i grattacieli illuminati, le insegne sbrilluccicanti che campeggiano nel buio e la scia di auto nel traffico. Obino costruisce immagini d’impatto mettendo a fuoco una mappa di luoghi molto diversi tra loro che restituiscono il riflesso di una cultura stratificata, dove Bella ciao risuona su murales che vedono generali e militari pronti alla guerra.

A tenere uniti questi frammenti del quotidiano la voce di una madre che si confida con lo spettatore raccontando i suoi sogni, la sua fede – la donna accetta il destino che Dio ha voluto per loro – e la sua preghiera di rinascita. La mappa di una città futuristica viene sovrimpressa a un capannone dove alcuni ragazzi si stanno preparando a mettere in scena uno spettacolo teatrale. È una simulazione del reale, di un ricordo vivido e doloroso, e allo stesso tempo un atto collettivo di liberazione che, non a caso, viene affidato a loro, e attraverso il loro sguardo proviamo a guardare tutti nella stessa direzione.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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