When the Waves Are Gone, di Lav Diaz

Un film di genere, a leggere la trama. Ma come sempre a Lav Diaz non interessano gli eventi, quanto la loro radice politica, ideale e psicologica, la loro proiezione mitica. Fuori concorso.

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Il tenente Hermes Papauran è il più brillante esperto investigativo della polizia filippina. Ma si ritrova coinvolto in una delle brutali operazioni contro il traffico di stupefacenti, conseguenza del pugno di ferro adottato dal governo e dalle forze dell’ordine. E quindi abusi, esecuzioni sommarie, omicidi, al di fuori di qualsiasi norma scritta e di ogni più elementare diritto umano. Al punto che anche Hermes comincia ad adattarsi alla violenza indiscriminata. E comprende che qualcosa non va più. Anche perché sviluppa una grave forma di psoriasi che ne devasta tutto il corpo. La malattia esteriore è solo il riflesso di un male interiore incurabile. Che poi è la ricaduta singola di un’infezione collettiva, di una cancrena o di una lebbra che ha intaccato le cellule e i tessuti di un’intera società. Il destino, per Hermes, prende le sembianze del sergente Primo, il suo vecchio istruttore, finito in carcere per corruzione e violenza, e “graziato” miracolosamente dal Presidente, proprio per regolare i conti con l’allievo.

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A leggere la trama, When the Waves Are Gone è chiaramente un film di genere. Così come al genere guarda l’ambiente che fa da cornice, quei bassifondi di sbirri, spacciatori, piccoli delinquenti, prostitute. Dalle parti del poliziesco e del thriller. E, in effetti, il racconto è più chiaro e lineare rispetto ad alcuni dei titoli più complessi della filmografia di Lav Diaz. Anche per la relativa concentrazione delle tre ore, durata sottodimensionata rispetto agli standard fluviali della giungla tropicale. Ma come sempre a Lav Diaz non interessano gli eventi, quanto tutto ciò che gira intorno a essi, la loro radice politica, ideale e psicologica, la loro proiezione mitica. È questione di pressione atmosferica, in cui si addensano e si stratificano pioggia, mare, alberi e piante, umori, sensazioni, gesti, perturbazioni dell’emozione e del pensiero. Cinema iper-noir, verrebbe quasi da dire. Cinema di paesaggi intricati e di figure che sono personificazioni di idee, di stati d’animo e di miti. E se in genere si parla del tempo esteso di questi film, dei ritmi lenti, delle inquadrature tangenti all’infinito, andrebbe d’altra parte approfondito proprio il modo di lavorare sugli spazi. L’articolazione dei rapporti tra gli ambienti e i personaggi, che variano a seconda che lo sguardo si concentri sugli scenari urbani o si addentri nella giungla più fitta. E quindi la città come caos percettivo o piatta desolazione, la natura che assorbe, nasconde, si ramifica nell’animo come un virus. O che si apre in un istante di folgorante bellezza (come, qui, nelle passeggiate di Hermes e della sorella sulla riva dell’oceano).

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Fatto sta che, ancora una volta, Lav Diaz non si fa scrupoli a prendersi tutto il tempo necessario. Svuota gli accadimenti della loro necessaria ricaduta effettiva e riempie, invece, l’attesa di segni, tracce, trame visive di suggestioni e implicazioni. Rimanda all’infinito lo scontro decisivo tra Hermes e Primo. E indugia, quasi come in una personalissima declinazione di Sonatine, sui momenti morti in riva al mare, su fissazioni e ossessioni che si traducono in rituali. Come nelle folli abitudini di Primo, con i suoi pranzi, i suoi balli a vuoto, i suoi privati, assurdi battesimi purificatori, in nome di Geova. Il sacro, come sempre, inizia dalle porte dell’inferno.

Tutto, in fondo, risponde a un doppio movimento. È un contrarre e distendere, come il ritmo di un respiro. Tzim tzum. Un concentrarsi degli elementi nell’immagine e un allungarsi della durata. Un affollarsi dei segni affidati alla percezione e una chiarezza cristallina del pensiero. Perché il discorso, ancora una volta, affonda fino alla radice inestirpabile del male. Lav Diaz racconta la dissoluzione inarrestabile di un intero mondo, a cominciare dagli individui che perdono la pelle e la ragione, fino alla legge che perde il senso della giustizia e dell’ordine. Una dissoluzione che attacca, a tratti, anche le immagini, come un pulviscolo che sgrana la superficie. Fino a rendere quasi trasparenti le figure, colte a metà strada tra il disperato bisogno della presenza e la condanna della sparizione. E quando tramonta ogni immagine, non resta che l’eco della poesia, della rima e della metafora, della parola che crea storie.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.4
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Il voto dei lettori
4 (5 voti)
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