ZEBRA CROSSING. Il fuoricampo del Fuorisalone

“Forse il vero lusso di oggi è avere tempo.”
Atelier Oï

“Non è il tempo a mancarci.
Siamo noi che manchiamo al tempo.”
enrico ghezzi

In un futuro lontanissimo il genere umano scomparirà e sarà sostituito da monoliti alti circa due metri e mezzo che avranno quattro ruote al posto dei piedi. La affascinante e terribile coreografia di Daito Manabe per Lexus, presentata al Fuorisalone 2019, lascia pochi dubbi e poche speranze. Forse solo la danza della ballerina ci può far sognare qualcosa di meno drammatico. Ma come facciamo a sapere se essa non fosse un ologramma? Ero presente all’evento e non saprei dirlo. Tutto era scuro, nero, fumoso, e il fumo si illuminava di squarci di luce che arrivavano e sparivano, muovendosi come delle torce che volessero capire chi fossimo noi umani.

La verità è che Lexus non ha più bisogno di autisti umani. Probabilmente la gamma elegante di Toyota non vede l’ora di non farsi più toccare dalle nostre mani sudaticce e infette.

In linea con l’apparizione di Greta quest’anno il Fuorisalone puntava tutto sulla sostenibilità, l’economia circolare, l’ambiente, la lotta contro le cattive abitudini che hanno rovinato il pianeta. Tra i tanti esempi il più palese era quello del gruppo Saviola, che davanti al Castello Sforzesco provava ad illustrare il concetto di circolarità creando un percorso espositivo appunto circolare, che nella sua precisione risultava un po’ didascalico.

Il problema però è proprio l’uomo. Quell’uomo al centro della riflessione rinascimentale di Leonardo, di cui cade quest’anno l’anniversario della morte, e di cui quindi sia Salone che Fuorisalone hanno voluto omaggiare il genio. A Rho infatti abbiamo visto l’installazione video dello stand De Signo, con proiezioni commentate dalla simpatica voce di Abatantuono che si sforzava ad illustrare “epicamente” la potenza della Milano di allora.

Risulta quindi interessante la contraddizione tra le celebrazioni dell’Uomo leonardesco e la totale evanescenza, elevata a concetto, del Fuorisalone. Viene in mente per esempio il suono dei passi sul pavimento dell’appartamento di via Cesare Correnti 14, dentro l’area “5 vie”.

Il nostro interesse non era tanto sul modo in cui era raggiunto quel suono, sul tipo di materiale usato, chi fosse il brand, quale il motivo, quale l’impostazione visiva dell’installazione. No, eravamo catturati proprio solo dal suono. Un suono ipnotico di passi su una sabbia finta, che potrebbe essere la sabbia del futuro una volta che tutte le spiagge del mondo saranno state, per forza di cose, ricreate dall’uomo (o dai monoliti di Manabe).

La totale virtualità di questa sensazione ci pare molto più centrale di tutti i discorsi letti, visti, e vissuti durante la settimana del design. In essa la distinzione tra Fuorisalone e Salone diventa chiara. Il Salone del Mobile di Rho è preciso nel suo voler vendere. Ovviamente si vuole dipingere uno scenario più alto parlando di sistema (e i numeri parlano chiaramente di importanti crescite su vari fattori). Ma uno sguardo più distaccato comprende il senso (e la bellezza) di una messa in scena che cinematograficamente che vuole vendere sé stessa per poter continuare ad esistere. Stando tra il successo di pubblico e la capacità autoriale (come da sempre fa il design) e ponendosi per questo motivo a fianco del fratello maggiore cinema (ma chi è nato prima?).

Basta veramente prendere una scala mobile e piazzarsi tra un piano e l’altro dei giganteschi padiglioni di Rho-fiera per vedere dall’alto la realtà delle cose. Fondamentale è dare la giusta luce. Alessi per esempio sembra veramente un set cinematografico, e non ci sembra un caso se poi ritroviamo il brand dentro un’installazione zoetropica che riprende il precinema e lo innesta ad una enorme caffettiera presso il Mudec. Ancora una volta ci ritroviamo a leggere in termini cinematografici ciò che vediamo. Tutti quegli innumerevoli film mentali creano nella nostra testa un unico film, uno stream che non è dissimile da Netflix.

Il Fuorisalone è allora un festival inconsapevole ed esploso di Postcinema. In esso non è presente una struttura organizzatrice e quindi è assente la struttura. Assenza e struttura sono due termini centrali.

Quest’anno non siamo riusciti a vedere molte cose. Non per negligenza, quanto per mancanza di tempo. Forse il Fuorisalone richiede l’onnipresenza. La non sostenibile quantità di “attrazioni” in tutta la città (si parla – ci pare – di 11 zone in giro per Milano) vuole una ipertrofia visiva. Tuttavia vivere quei giorni rende chiaro come non sia necessario vedere tutto, essere dappertutto. Ciò che non si vede ha altrettanta forza di ciò che si vede. Non solo non c’è una struttura organizzatrice, ma organizzare il Fuorisalone per poter mostrare tutto sarebbe sia impossibile che dannoso. Mancare qualche qualche visione aiuta.

Anche perché si è immersi in un flusso in cui le visioni arrivano nonostante noi. Se avessimo più tempo sarebbe lo stesso, probabilmente sarebbe peggio. D’altronde tutto viene spazzato via dall’evento successivo. Questo è il bello del Fuorisalone. Ci chiede di credere a qualcosa che cozza potentemente con la nostra diffidenza. Come accade in The OA, la serie multidimensionale di Netflix. Senza la protezione di una teoria potente (la lotta contro l’inquinamento per un pianeta migliore resta purtroppo aleatoria) ci chiede di compiere un salto da una dimensione all’altra. In attesa di una virtualità ancora più reale, con la nostra scomparsa, per fare posto agli schermi pensanti di Maarten Baas.