ZEBRA CROSSING. Mobile Film Festival 2018

Questo articolo non vuole dare risposte ma solo domande. Se oggi possiamo concentrare il nostro sguardo essenzialmente sul visibile è anche grazie alla sua esplosione in termini di “visualizzazione” derivante dal digitale. La figura cardine di tale esplosione è il nostro smartphone, ragione per cui diventa centrale una realtà come il Mobile Film Festival.

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Questa messa a fuoco implica l’immediata presa di distanza da tutti i problemi di ordine materiale che finora il cinema ha imposto; dalla forma alla tecnica, ai costi, alla fruizione, al ritorno economico. Siamo quindi in un momento di ridiscussione delle regole del gioco e diventa perciò molto importante il dato oggettivo di un festival che si sviluppa fuori dai cardini festivalieri soliti (il chi, il dove, il quando) per spandersi in modo “mediamente” ordinato nel web. Diciamo “mediamente” anche per l’importanza della mediazione in forma di regole o paletti che il festival pone: un minuto di tempo, usare solo il cellulare, un film a testa. Una volta selezionato il film “si mostra” on-line per un mese (per esempio febbraio 2018), senza alcuna proiezione in sala ma solo la distribuzione telematica. Non si tratta quindi solo di tagliare costi ma anche tagliare riti, e quindi veramente ridiscutere forme.

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Al di là dell’intuizione geniale o meno degli organizzatori nel leggere il contemporaneo (il festival è giunto alla tredicesima edizione) è interessante discutere in maniera più approfondita con alcuni dei registi dei 50 film presenti al festival, per provare a capire come oggi il cellulare cambi le cose. Abbiamo quindi intervistato i registi Brice Veneziano, Edsel Sierralta, Francesco Faralli, Vinamra Pancharia e Sopheak Moeurn.

Forti della visione dell’interessante corto di Veneziano “Mémoire De Nos Pairs”, in cui la protagonista soffre di una sindrome post-traumatica, abbiamo provato a ragionare in termini di “memoria” con il regista. Veneziano ha riferito una certa confusione nella vita reale derivante dall’uso dei social media, che proiettano il presente in una continua attesa di approvazione, mentre, per esempio, nella sua storia il personaggio è bloccato in una condizione di perpetuo ricordo del trauma.

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Ci viene in mente come questa confusione sia definibile “assenza di presente, causata da una sua eccessiva invadenza”, come se l’innocuo oggetto di design detto “smartphone” monitorasse continuamente la nostra vita inducendo la perdita della prospettiva sia passata che futura. Se anche ciò suona terribile, esso potrebbe nascondere anche una salvifica pulizia di orpelli ritualistici che appesantiscono le possibilità -quanto meno mentali- di nuove leve che vogliano provare a immaginare il futuro.

Generalmente oggi possiamo dire che in effetti il momento storico, a causa dell’invadenza digitale, è confuso. Abbiamo potenti mezzi le cui implicazioni non riusciamo bene a decifrare. Tuttavia, esistono straordinarie eccezioni (viene subito in mente Soderbergh, su cui torneremo) che appaiono appunto laddove si provi almeno a cogliere questo drammaticamente invasivo presente, come appunto al Mobile Film Festival. Luoghi esistenti solo “on line” (quindi forse inesistenti) dove le tendenze di ricerca, pur con tutti i dovuti errori, si danno a vedere.

Per esempio Faralli ci dice che il mobile è una grande risorsa in quanto dispositivo sempre disponibile per poter creare riprese oggi paragonabili agli strumenti professionali, ma soprattutto in grado di andare oltre “la questione, composizione, look e pulizia” per concentrarsi sulla sola idea base del corto. E difatti il suo corto Traum(A)Novelle riesce in un minuto a intrecciare efficacemente piani di discorso diversi, tra realtà e sogno, in modo tale da creare veramente una dimensione narrativa completa.

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Ma cosa vuol dire usare un cellulare? Ce lo chiediamo proprio in termini linguistico-cinematografici. Per il regista indiano Vinamra Pancharia, in gara con il cortometraggio “Unsung Hero”, il mobile ha già oggi un suo proprio linguaggio, e già oggi è più adatto di altri mezzi a cogliere la realtà. Quindi diventa abilità del regista portare alla luce questo nuovo linguaggio, andando oltre il suo essere mero device per usarlo invece in modo coraggioso, al fine di rompere stereotipi filmici. Pancharia poi spiega come talvolta uno smartphone riesca ad adattarsi a una storia in modo perfetto grazie alla sua leggerezza, manovrabilità in spazi angusti e immediata disponibilità. Una disponibilità che veramente libera la capacità di esprimersi in una storia.

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Questo porta, forse finalmente, a parlare di Soderbergh, per la cui recensione rimandiamo all’attenta analisi di Aldo Spiniello. Se Soderbergh compie “una grande parabola di ribellione all’harassment istituzionalizzato” lo può fare anche perché oggi la tecnologia lo permette. Tutti i registi intervistati hanno girato con cellulari la cui definizione è già stata vista e ampiamente assimilata dai nostri occhi in pochi ma intensissimi anni di visualizzazione “internauta”. 

Addirittura la regista Sopheak Moeurn, usando un iPhone di vecchia generazione (quindi HD), dà un’impronta vintage a una storia fortemente radicata nel suo povero tessuto sociale, usando un cellulare non più vecchio di 10 anni. La Moeurn per il suo film “You and I” dice di non aver dovuto spendere molti soldi, e le limitazioni tecniche o temporali l’hanno forzata a identificare i punti più importanti della sua storia. Si è quindi chiesta “come posso creare qualcosa che sia semplice ma allo stesso modo significativo?” e già porsi in quest’ottica fa vincere la sfida del modo di produzione.

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Tornando a Soderbergh, è importante sottolineare che il suo salto non è stato preparato solo dalla tecnologia –che in questi anni ha fatto salti da gigante– ma anche dalla riflessione linguistica sul mezzo, come abbiamo visto già fare in passato da registi quali Abel Ferrara o Sean Baker. Questo vuole dire anche semplicemente apertura verso nuove strade e straordinaria occasione storica per poter liberare la creatività in modo leggero ma potente allo stesso tempo. Soderbergh ovviamente coglie tale occasione al balzo creando un noir che anche solo come genere si pone dentro le possibili derivazioni filosofiche della tecnologia usata.

I registi Pancharia e Moeurn invece riescono a ridare con pochi accorti tratti filmici la durissima realtà della vita ordinaria che i loro paesi (India e Cambogia) mostrano oggi al mondo e subito ci pare non essere molto lontani dalla poetica di Rossellini. Diventa quindi interessante vedere come questa espansa creatività del presente porti ad avere esempi diversi a seconda del contesto.

Ovviamente sappiamo bene come il cinema sia sempre stato anche una finestra sul mondo, ma è vitale come il cellulare apra democraticamente a realtà spesso nascoste. Si pensi al venezuelano Sierralta nel suo velocissimo “Pálida” che usando il minuto di tempo a disposizione immette molteplici rivoli narrativi dovuti al forsennato ritmo che dà alla sua storia. Il regista spiega infatti di aver voluto giocare col montaggio per dare allo spettatore la sensazione di pericolo vissuta dal protagonista (uno spacciatore), spiegando poi come in America Latina si debba fronteggiare la cronica povertà di mezzi, ma che la povertà in questo caso diventa risorsa.

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Per il festival i registi Flore Picon e Lucas Pouliquen hanno girato il corto Boîtes. Il loro è forse l’unico film del festival girato in 4:3 (formato “quasi” nativo di Instagram) e loro spiegano come la scelta derivi proprio dalla storia, che parla di scatole in cui stanno i personaggi. La trama, secondo gli autori, vuole illustrare la società attuale che non riesce ad andare oltre i social media. Infatti essi pensano che le “instagram stories” siano lo specchio di vite che si nutrono solo del proprio narcisismo. L’uso del cellulare non ha ristretto la loro visuale (il film è girato totalmente in esterno e su una spiaggia), ma anzi permette di focalizzare più attentamente, anche in assenza di una fotografia tecnicamente “bella”. Difatti i registi sono stati più attenti al setting, ai costumi e alla post produzione. Infine convengono che il cellulare sia un modo democratico per aspirare a dire qualcosa da parte di tutti, sviluppando ognuno la propria creatività.

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Quale può essere una conclusione? Se proprio necessario darla allora si può intanto dire che il cinema è vivo, anche se non è il cinema che abbiamo visto finora. Poi che si sta sempre più attuando uno spostamento che non è solo di mezzi o di schermi ma anche di linguaggio. Il flusso delle immagini di oggi sta creando porte da attraversare per poter, quanto meno, allargare il concetto di visione o di cinema stesso. Questa espansione porta sicuramente a nuove forme linguistiche che derivano dal mezzo cellulare, come gli sms hanno modificato il linguaggio scritto, portando brevità e istantaneità (dice Veneziano). Caratteristiche che possono avere potenti implicazioni anche per l’audiovisivo. Faralli giustamente indica le riprese verticali o quadrate quali protagoniste di compenetrazioni tra schemi diversi e differenti fruizioni, portando di fatto a forare i termini linguistici precedenti, oltre la bellezza fotografica ottenuta grazie alla DSLR.

Tutto ciò riporta tuttavia alle limitazioni imposte dal festival, cioè 1 minuto e 1 cellulare (per qualunque tipo di audio –salvo l’audio protetto da diritti d’autore– e qualsiasi tipo di storia). Sarebbe interessante indagare se tali limiti, come pare, siano alla base di una maggiore creatività, che però vorrebbe anche dire che la canalizzazione del flusso verso una certa direzione forte possa creare più senso di un’assenza di canalizzazione (viene in mente l’oceano chiamato Youtube). Sicuramente, al di là del giudizio, siamo all’alba di una nuova era linguistico-cinematografica, e come esempio finale di ciò vorremo chiudere con il film Raahha di Farshad Qaffari che purtroppo non siamo riusciti a intervistare.

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