Adam Driver, il primo uomo

Hannah: “Ma quello è Adam!”
Jessa: “In effetti ha qualcosa del primo uomo…”
da Girls 1×07 – Welcome to Bushwick a.k.a. The Crackcident

 

È il 2016 ma potrebbe essere la fine degli anni Settanta. Almeno per la filmografia di Adam Driver, che apre e chiude il suo anno cinematografico rispettivamente con la Lucas Film e Martin Scorsese, ex movie brats diventati istituzione.  E in effetti questo ragazzone dal volto atipico ricorda proprio, per passione e dedizione al mestiere d’attore, i grandi interpreti neo-hollywoodiani, capaci di passare dalle mega produzioni al cinema indipendente, mantenendo sempre un atteggiamento di pura devozione verso il ruolo, il personaggio da vivere.

Ma allo stesso tempo, Adam Driver, nome che gli abituali frequentatori del cinema indie hanno iniziato a conoscere grazie a Noah Baumbach per poi innamorarsene nella serie cult di Lena Dunham, Girls, non è assimilabile all’impostazione mimetica di Jack Nicholson, Al Pacino o De Niro, pronti a scivolare nei loro personaggi svanendo quasi dietro le performance magniloquenti, isteriche, esasperate. La sua modernità sta invece nell’utilizzare i personaggi per raccontarci qualcosa di sé, svelandosi in gesti, movenze, suoni che appartengono – e non potrebbe essere altrimenti – a un volto e a un corpo unici nel panorama cinematografico contemporaneo.

adam-hannahCosì alto, sproporzionato, fuori formato, Driver offre ai suoi registi l’opportunità di raccontare personaggi unici, non omologati, dalle traiettorie imprevedibili: ed è l’uso che ne fa Lena Dunham, le cui infallibili intuizioni per tutto ciò che è nuovo o ancora da venire sono ormai assodate.

Nell’incredibile pilot di Girls, quello in cui si presentava al pubblico come “la voce della sua generazione…o almeno una voce…di una generazione”, la Dunham getta in pasto agli spettatori della Hbo il corpo nudo di Driver, insieme al quale, sin dai primi episodi, si offre inerme all’obiettivo della macchina da presa in performance sessuali che hanno al tempo stesso l’immediatezza del porno e un’ a-sessualizzazione da cinéma verité.

Quasi imprigionato in questo minuscolo appartamento newyorkese che fatica a contenerne l’altezza, Adam – che mantiene significativamente il nome dell’interprete – è un personaggio relegato ai margini del quadro e nelle fantasie erotico-sentimentali dell’egocentrica Hannah, su cui Driver riesce a imprimere quelle repentine sfumature di dolcezza, ingenuità, genialità, funzionali alla sua evoluzione in una persona a 360 gradi: “Do you want me to be your fucking boyfriend???” è la battuta-grido, sul finire della prima stagione della serie, citata in esergo,  da cui prende avvio la sua parabola a tutto tondo.

Attore anche lui, l’Adam personaggio pare immaginato su una bibbia modellata sulla biografia di Driver. Nei suoi scoppi d’ira, che gli fanno distruggere intere stanze, e negli inimitabili suoni emessi per esorcizzare paure e insofferenza, emerge la parabola incredibile di un ragazzo di provincia che dopo l’11 settembre si arruola nei Marines per servire il proprio Paese. E che dopo infortuni fisici è costretto a rinunciare alla prima missione per ritrovarsi punto e a capo. Il suo primo ruolo finisce così prima del debutto e costringe Adam a reinventarsi, puntando sul cinema. Da lì l’arrivo a New York, alla prestigiosa Julliard, dove si immerge nel mestiere che forse più gli ricorda la disciplina e l’impegno del mondo militare.

driver - patersonLo stesso rigore Driver lo infonde in ogni personaggio portato sullo schermo: in Paterson, conducente d’autobus che possiede qualcosa dell’ascetica minuziosità dei protagonisti schraderiani, nell’identico ripetersi dei rituali che scandiscono le sue giornate; nel Padre Francisco Garupe di Silence, corpo inflessibile dal punto di vista fisico e morale; persino nello scafato videomaker hipster di While we’re Young, che soffia implacabilmente l’occasione di riscatto al quarantenne Ben Stiller, pur di raggiungere il suo obiettivo. E se in questo caso lo sguardo di Baumbach verso i Millennials è chiaramente avverso alla loro spregiudicatezza, Driver tratteggia comunque un carattere dal discutibile senso etico ma perfettamente in grado di vivere e dominare la propria epoca.

Eppure dalla sua non lunga ma intensa e importante filmografia, si capisce come essere un vincente non gli interessi minimamente: Driver cerca invece – e di nuovo affiora un tratto squisitamente neohollywoodiano – di nobilitare la figura del loser, qualunque sia il contesto: la modernità (purtroppo incompresa dai fans del brand Star Wars…) del suo Kylo Ren, villain che ha bisogno della maschera iconica, sta tutta lì, nel suo essere schiacciato tra senso del dovere e un sentimento interiore che muove in direzione opposta, incastrandolo in una personale sconfitta qualunque sia l’esito delle sue azioni.

adam driver moviesUna condizione che affiora, analogamente, in un’opera apparentemente agli antipodi come Hungry Hearts di Saverio Costanzo, un’avventura singolare e in trasferta, nel quale Driver si getta a capofitto accanto ad Alba Rohrwacher, per la quale si cimenta, in italiano, in una memorabile serenata con Tu si’ na cosa grande.

Film intimo e opprimente, tutto costruito su un’ossessione dei corpi e degli spazi esaltati dai grandangoli à la Polanski dentro l’appartamento newyorkese. Di nuovo un luogo angusto, una prigione da cui il soldato Driver dovrà riuscire a evadere, salvando se stesso e il futuro del suo bambino.

Le vite parallele nate dalla delusione per l’incompiuta esistenza da marine sembrano destinate però a ricongiungersi nel suo prossimo progetto: Tough As They Come, tratto dalla biografia di Travis Mills, reduce dell’Afghanistan costretto a subire l’amputazione di tutti e quattro gli arti  in seguito all’esplosione di una bomba. Driver sarà diretto da Sylvester Stallone, in un corpo-a-corpo duplice, tra attore e regista e nei rispettivi ruoli di genero e suocero. Un duello attoriale che si preannuncia già esaltante tra due interpreti che fanno del proprio corpo non soltanto un singolare strumento recitativo ma un vero e proprio campo di battaglia. Mettiamoci allora comodi e aspettiamo di vedere come questa indefinibile evoluzione dell’interprete-tipo neohollywoodiano risponderà al dolore e alla vita che il corpo interamente 80s di Sly ci racconta da ormai trent’anni e più.

 

Pubblicato su Sentieri Selvaggi Magazine 24