Alla Berlinale Jodie Foster e Tahar Rahim in The Mauritanian

Il nuovo film di Kevin Mcdonald, in concorso, racconterà la storia vera di Mohamedou Ould Slahi, ingiustamente detenuto a Guantanamo dal 2002 al 2016. Uno sguardo umano su un dramma dimenticato.

Kevin Macdonald arriva per la prima volta in concorso alla 71ª Berlinale con The Mauritarian, progetto che sembra porsi come la sintesi tra le due direttrici principali del suo cinema, quella più legata al genere (pensiamo al thriller State Of Play) e lo sguardo documentario (come il progetto Life in a day, con Ridley Scott). The Mauritanian è l’adattamento del Guantanamo Diary di Mohamedou Ould Slahi, in cui l’autore racconta il suo periodo di ingiusta detenzione a Guantanamo e che Macdonald declina attraverso le coordinate del legal drama, grazie anche ad un cast composto, tra gli altri, da Tahar Rahim, Benedict Cumberbatch e Jodie Foster.

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La storia di Moahmedou abbia costituito un terreno affascinante ma al contempo problematico per il team di lavoro.

Parlando con Screen Rant, Macdonald si è detto inizialmente dubbioso dal progetto che “rischiava di coinvolgere solo le persone che sono già a conoscenza di questi problemi”. Il regista ricorda però che gli è bastata una chiacchierata con Moahmedou per risolvere tutti i suoi dubbi: “Mi aspettavo di trovare un personaggio rancoroso ma in realtà mi ha accolto con un sorriso. Gli ho chiesto se volesse fare causa al governo americano per ciò che gli era accaduto e quando mi ha detto che non voleva vivere nel rancore, ho capito che avrei dovuto fare il film”.

Anche Jodie Foster, in un incontro con il The Hollywood Reporter ha affermato di essere stata colpita dall’atteggiamento di Mohamedou, un uomo che “è riuscito a perdonare coloro che l’hanno fatto soffrire così tanto grazie alla sua spiritualità”. Tahar Rahim ha invece avuto la possibilità di confrontarsi con lo stesso Mohamedou e ricorda come ogni qualvolta in cui l’interlocutore parlava della sua detenzione riusciva a trasportarlo in quei giorni terribili a tal punto che non nasconde quanto sia stato complesso “rendere in scena una sofferenza difficile da raccontare anche solo a parole”.

Macdonald, ha riflettuto poi sullo stile che ha scelto di adottare per il film, deciso anche in collaborazione con lo stesso Mamadou: “la prima cosa che mi ha detto quando abbiamo iniziato a parlare di The Mauritanian era il suo desiderio di trattarlo come un film nazional-popolare, capace di coinvolgere più fasce di pubblico possibile”. The Mauritanian è dunque una pellicola umanista, che si regge solo sul suo protagonista e sui suoi rapporti con gli altri personaggi, un approccio che ha visto collaborare gli stessi attori alla scrittura dello script: “ricordo – ha detto il regista a Screen Rant – che Jodie Foster chiedeva agli sceneggiatori di toglierle battute, dicendo loro che dovevano concentrarsi su di lui, non su di lei e che non aveva bisogno di tutta quella backstory”. Lo sguardo empatico cercato da The Mauritanian ha coinvolto anche il lavoro di Tahar Rahim. “(Tahar), da musulmano, ha potuto interpretare un personaggio musulmano positivo, un’opportunità rara, oggi”. Una possibilità che, ricorda ancora Macdonald, egli ha messo a frutto attraverso una continua ricerca di immedesimazione con il personaggio: “ha sofferto per il film. Ha indossato catene vere, si è ferito ha mangiato solo un uovo al giorno per tre settimane. Io ero preoccupato ma lui sembrava viverla molto bene”.

The Mauritanian pare essere non solo uno dei titoli più attesi della Berlinale ma anche una concreta possibilità per Tahar Rahim di arrivare ai prossimi Academy sebbene, almeno secondo il regista “basterebbe che il film ricordasse al pubblico l’importanza della legge che, una volta ignorata, dà vita ad incubi come Guantanamo”.

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