"Amour", di Michael Haneke

L’ultima volta che è stato presente a Cannes ha vinto la Palma d’Oro nel 2009 con Il nastro bianco. E quest'anno si è ripetuto, a tre anni di distanza, con Amour. Da quel bianco e nero sepolcrale con le ombre della Grande Guerra in un film già sepolto, l’austriaco Michael Haneke mette in atto la sepoltura in Amour. Dove ormai anche la malattia diventa visione asettica, processo di progressivo logorio del corpo senza più nessuna possibilità di salvezza. Nell’inquadratura non c’è respiro, non filtra nulla e ciò è già evidente nel lungo dialogo a piano fisso tra padre e figlia dove l’uomo è ripreso di spalle o quello della madre sul letto. Non più gruppi ma ormai frammenti di famiglia in un interno, come nelle dinamiche madre-figlia di La pianista, da dove ritorna proprio l’oggetto-residuo del pianoforte. Ancora un esercizio di tortura del suo cinema, non diretta come in Funny Games, ma più sottile e quindi anche per certi aspetti più inquietante. Georges e Anne sono una coppia anziana, persone di cultura e professori di musica in pensione. La loro figlia, anche lei musicista, vive all’estero. Un giorno accade qualcosa ad Anne e la loro vita non è più la stessa.

Le aperture iniziali di Amour (l’intimità dei due sull’autobus) vengono subito soffocate. Restano solo finestre dove il solo contatto è l’entrata di un piccione in casa. Poi entrano in gioco quelle sottili perfidie dove Haneke è sicuramente un maestro a mostrarle in cui il risentimento prende forma in maniera quasi naturale. Ma in questo cinema sulla malattia, non mostra mai di essere malato. Quindi i suoi segni di sofferenza, di dolore non li fa vedere perché non li ha. Restano solo gesti spogli, privati di qualunque carica di amore o di odio (o tutte e due le cose), come uno schiaffo, uno sputo. E una casa anche elegante che si barrica proprio come il cinema del cineasta austriaco, che apre una porta e poi ti chiude lì dentro senza più avere possibilità di uscire. Intanto il suo sguardo è già riuscito a spegnere Isabelle Huppert, al suo terzo film con lui dopo La pianista e Il tempo dei lupi, sua marionetta ispiratrice che qui riesce a gettarla come normale volto nella folla tra il pubblico. Poi sembra esserci in atto un progressivo atto di eliminazione da parte sua del cinema francese che coinvolge tutte le generazioni, dalla Huppert stessa alla Binoche e ora Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva. Lei, da Hiroshima mon amour dove c’erano fiumi di memoria, relegata a ricordi su un album fotografico sfogliato come dall’oltretomba. Il cuscino diventa solo il segno visibile di una lapide dove si è sentita tutta la sua oppressiva presenza dall’alto, appena ai margini del fuori-campo ma pronta a scendere. Tutta una vita, quella così irregolare e accesa del cinema di Lelouch, viene cancellata di colpo. Restano un uomo, una donna ‘oggi’ dove però Trintignant non si è salvato. Avvertiamo altri grandi attori del cinema francese di non entrare in quella casa.

 

Titolo originale: id.

Regia: Michael Haneke

Interpreti: Jean-Louis Trintignant, Isabelle Huppert, Emmanuelle Riva, Rita Blanco, Laurent Capelluto, Alexandre Tharaud, William Shimell, Ramon Agirre

Distribuzione: Teodora Film e Spazio Cinema

Durata: 105'

Origine: Francia/Austria/Germania, 2012