And, Towards Happy Alleys, di Sreemoyee Singh

And, Towards Happy Alleys intreccia la censura imposta ai registi in Iran con la lotta delle donne iraniane contro l’oppressione. Al Biografilm Festival 2023 di Bologna

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Presentato nella sezione Panorama Dokumente della 73esima Berlinale di quest’anno, il documentario And, Towards Happy Alleys della debuttante regista indiana Sreemoyee Singh è stato proiettato in anteprima italiana al Biografilm Festival di Bologna.

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Ispirato inizialmente alla tesi di Dottorato della regista e dalle opere poetiche della poetessa femminista persiana Forough Farrokhzad, il documentario utilizza una serie di commoventi interviste per esplorare la vita delle donne in Iran. Sin da subito si rivela un’appassionata dichiarazione d’amore per il cinema e la poesia iraniani, con cui la regista testimonia sia la situazione precaria in cui si trovano i dissidenti del regime, sia la lotta di una generazione impavida di donne che chiedono implacabilmente le proprie libertà civili. Oppresse dalla censura della Repubblica Islamica, dal 1979 le donne non sono autorizzate a partecipare ad eventi sportivi, cantare, protestare e sono costrette a indossare l’hijab in pubblico.

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Recatasi in Iran per la prima volta nel 2015, il documentario ci mostra le numerose interviste che Sreemoyee Singh conduce in un periodo di sei anni con – tra gli altri – i registi Jafar Panahi, Mohammad Shirvani e l’attivista per i diritti umani Nasrin Sotudeh. Con un occhio attento alle situazioni insolite, intreccia con successo una celebrazione del cinema e della cultura iraniani. La tecnica che utilizza è estremamente semplice: gestisce lei stessa la telecamera per la maggior parte del tempo (anche come atto sovversivo). La regista conquista i suoi soggetti con la sua genuina curiosità ed empatia, utilizzando anche uno smartphone per filmare alcune delle attività più pericolose, come le diffuse proteste “Women, Life, Freedom” che hanno sconvolto la nazione nel 2022.

Molte delle conversazioni con Panahi si svolgono all’interno della sua auto mentre guida per Teheran… Un chiaro tributo allo stesso cinema iraniano, che utilizza costantemente il veicolo in movimento come ambiente sicuro per dialoghi e meditazioni profonde (come con Ten di Abbas Kiarostami, del 2002).

Quando tre milioni di persone nel mio paese stanno protestando per le strade, non riesco a chiudere gli occhi. È un mio problema anche se non sono un politico. Devo reagire a tutto ciò, ma senza scappare dall’Iran. Non voglio perdere il mio Paese e vagare per il mondo senza motivo“, dice. Panahi parla anche della sua depressione derivante dal divieto di fare film, o del tentativo di suicidio nel mare in tempesta, una realtà che è diventata una scena in Closed Curtain del 2013. Ciò che colpisce di più è l’intensa ironia di Panahi che indica alla regista la prigione di Evin, da dove è stato recentemente rilasciato.

Mentre l’interazione con il regista Mohammad Shirvani è disarmante. Vuole parlare di sessualità o di erotismo nelle arti? Il trapano utilizzato per i lavori di riparazione della porta accanto diventa più rumoroso. Ma tace nel momento in cui passa a parlare di religione. La censura è inevitabile in Iran, dice, “continuiamo a censurare noi stessi tutto il tempo“.

Protagonista del racconto anche il caso. La coincidenza di trovarsi a vivere a Teheran nella stessa stanza che Farrokhzad aveva affittato molto tempo fa. La sfortuna di non poter incontrare Abbas Kiarostami, facendo scivolare un biglietto sotto il cancello principale della sua abitazione proprio una settimana prima della sua morte. O parlare con l’avvocato e attivista per i diritti umani Nasrin Sotoudeh nel 2018, del suo arresto nel 2010, solo per trovarla nuovamente imprigionata pochi giorni dopo il loro incontro.

Fisicamente non compaiono nel documentario sia il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf (che vive in esilio in Europa) che Googoosh (nome d’arte di Faegheh Atashin), la cantante e attrice che ha vissuto in silenzio per decenni dopo la Rivoluzione, e ha ripreso a cantare solo nel 2000 dopo aver lasciato l’Iran.

Nei titoli di coda, infine, il brano persiano Soltane Ghalbha, intonato dalla stessa Sreemoyee Singh. “Vado ovunque con la tua memoria. Quindi, posso tenerti dentro. Risiedi dentro di me, sei il re del mio cuore”, afferma il testo. La regista, da outsider, ha avuto il privilegio di abbracciare la musica che, come lei stessa afferma “riempie l’assenza di voci femminili” e personifica, per così dire, la famosa citazione di Bertolt Brecht: “Nei tempi bui ci sarà anche il canto? Sì, ci sarà anche il canto…”

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
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