Battle Royale, di Kinji Fukasaku

Un grande esempio di cinema politico, estremo, vibrante di energia e disperazione. Torna in sala da oggi in versione restaurata.

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Da più parti lo si è etichettato semplicemente come una sadica variazione sui meccanismi del “Grande Fratello” televisivo, ma in realtà Battle Royale di Kinji Fukasaku, è un bel pezzo di cinema, politico e pregno di energia. Lo spunto di partenza è una chiara satira dei meccanismi educativi di una società, quella giapponese, tarata sui canoni di un invasivo conformismo, dove i giovani devono scontare le decisioni imposte dall’alto, vestire la medesima divisa scolastica e lasciare scorrere l’oliato meccanismo della società capitalistica. La ribellione generata da un sistema basato su una totale repressione dell’io viene così ingabbiata nelle strette maglie del sadico gioco eponimo, un micidiale meccanismo di eliminazione reciproca attraverso il quale i giovani potranno imparare la “sana” arte della sopraffazione reciproca e diventare bravi cittadini del nostro mondo progredito.

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L’assurdità della violenza imposta dall’alto e destinata a germinare nei cuori dei ragazzi spaventati è descritta sapientemente con un registro in grado di passare senza soluzione di continuità dal tragico al grottesco. Il parossismo di una situazione estrema, trattata con la disumana normalità dei sistemi statali, è reso molto bene dalla presenza giustamente sopra le righe di “Beat” Takeshi Kitano. Viceversa, i rapporti di forza che si determinano fra i ragazzi denunciano chiaramente la difficoltà della ragione nel trovare una luce fra il totale delirio di una situazione così tristemente possibile, perché così chiaramente vicina al mondo che giornalmente si va delineando.

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Fukasaku è abile nel descrivere uno smarrimento che diviene paradigma di denuncia di ogni conflitto: il terrore leggibile negli occhi dei “suoi” scolari fa da perfetto pendant con quello dei testimoni nell’orrore ne I serpenti della notte (1987), lo straordinario episodio diretto da Friedkin in Ai confini della realtà. Entrambi, in fondo, sono storie di conflitti che nascono dalla ragione di stato e divengono stato dell’anima per delle persone corrotte dal marciume del sangue versato in nome di una causa sbagliata. Così, se per Fukasaku la matrice è un ipotetico scenario del futuro, per Friedkin è il mai sopito dramma del Vietnam, riportato – letteralmente – in scena da un reduce perseguitato dai demoni del conflitto che rivivono grazie a dei poteri paranormali.

Entrambi i film, inoltre, sono ottimi saggi di messinscena dell’azione: gli impasti colorifici e i contrasti chiaroscurali vagamente espressionistici di Friedkin lasciano il campo a una scansione narrativa e visiva da fumetto (non a caso Battle Royale è anche un manga di culto), con tinte accese e definite, destinate a far risaltare il sangue, nel continuo gioco di avvicendamenti di grottesco e iperrealismo di cui è farcito il film di Fukasaku. Questi ci mette poi una tendenza all’accumulo che già si era rilevata in precedenza (si ripensi a Tokyo Gang, fra i suoi pochi film ad essere stati regolarmente distribuiti in Italia) e che in Battle Royale si alterna a momenti di staticità, contrassegnati dal tragico conto delle vittime: è il segnale dell’assuefazione all’orrore, quando i morti diventano numeri e non più persone. Fukasaku d’altronde aveva vissuto in prima persona la Seconda Guerra Mondiale ed è probabile che con questo film volesse lanciare (e lasciare) il suo monito alle nuove generazioni, quelle che la ragione di stato preferisce rimangano all’oscuro del passato politicamente scorretto.

 

Titolo originale: Batoru rowaiaru
Regia: Kinji Fukasaku
Interpreti: Tatsuya Fujiwara, Aki Maeda, Tarô Yamamoto, Chiaki Kuriyama, Takashi Tsukamoto, Sôsuke Takaoka, Yukishiro Kotani, Eri Ishikawa, Sayaka Kamiya, Takeshi Kitano
Distrbuzione: CG Entertainment. In collaborazione con Beltrade
Durata: 114′
Origne: Giappone, 2000

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
3.5 (6 voti)
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