Bellezza, addio, di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese

Per Pasolini era “il miglior poeta della nuova generazione”, per gli amici il “Rimbaud di Monteverde”. Alla riscoperta del poeta Dario Bellezza e di una Roma ormai irrecuperabile. Dal #PesaroFF59

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Nel salotto televisivo di Mixer, su Rai2, Arnaldo Bagnasco riesce con difficoltà a mantenere la calma tra i suoi illustri ospiti. Sul palco, seduto dietro una scrivania fatta di libri impilati, c’è lo scrittore Aldo Busi. Davanti a lui seduto di tre quarti, c’è lo scrittore e giornalista Carlo Castellaneta che sorride sornione senza dir quasi una parola. Non è sul palco, invece, Dario Bellezza. È seduto tra il pubblico. “Il tuo libro è brutto o bello, quel che sia, ma difendilo sul piano dei valori che vuole dare“, dice rivolgendosi al primo, “Vuoi scopare? Benissimo, dillo e basta. (…) Ma non rompere le balle che scrivi per Dio!“. Busi, alterato, ricorda al “Rimbaud di Monteverde” come sia stato posto ai margini del canonico panorama della letteratura italiana. D’altronde l’uno siede dietro una scrivania su un palco, l’altro su un sedile di plastica blu.

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Dopo Il caso Braibanti, Carmen Giardina e Massimiliano Palmese continuano il loro lavoro sulla memoria. Alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, riportano il poeta Dario Bellezza al centro dei riflettori e un po’ più lontano dall’oblio con il documentario Bellezza, addio. Traduttore di Arthur Rimbaud, sodale di Pier Paolo Pasolini, che lo definì “il miglior poeta della nuova generazione”, e elemento fondamentale del giro di artisti e letterati che animavano la Roma degli anni ’60 e ’70. Camminando per le strade di Roma si potevano incontrare facilmente lo stesso Pasolini, ma anche Gadda, Morante e Moravia, magari tutti insieme. Il documentario si muove tra materiali d’archivio, interviste a chi ha vissuto direttamente quell’epoca, a volte chiamati a tornare in luoghi tanto cari.

Bellezza, addio risponde all’esigenza didattica di riscoprire il talento cristallino del poeta, con la lettura di alcuni suoi versi, ma va anche oltre. Il documentario, che sembra condividere con il suo soggetto la malinconia provocata dalla condanna ad andare a fondo, allarga lo sguardo oltre la singola personalità di Dario Bellezza. Attorno a questo centro di gravità, si sviluppa il racconto parallelo di un’atmosfera, di una Roma che “era ancora buia“, di un circolo di conoscenze che erano molto più un sodalizio tra artisti, ma vere amicizie. Rapporti viscerali, intimi e autentici, come la sua poesia, in grado di mettere in circolo insieme alle carezze anche schiaffi crudeli. Tanto che a volte, con la stroncatura di un libro portava un’amicizia a fare la stessa fine. Eppure, per quanto il poeta avesse nomea di essere difficile e presuntuoso, da Bellezza, addio emerge anzitutto il dispiacere per un’amicizia perduta troppo presto (con l’aiuto di una colonna sonora di Pivio e De Scalzi che sa di un pianto sommesso).

Bellezza, addio

Questo perché Dario Bellezza moriva a causa dell’AIDS a soli 52 anni nel 1996. Centrale nel suo ultimo, travagliato, periodo è la gogna mediatica a seguito di un’incursione della polizia in uno studio di medicina alternativa a cui si era affidato. Dichiaratamente omosessuale, il suo nome viene sbattuto in prima pagina in compagnia di parole brutali come “raggirato” e la sigla della malattia che aveva provato in tutti modi a tenere segreta ad amici e parenti. Fino all’ultimo, Dario Bellezza ha reclamato per sé il diritto di esser solo, quello di essere una barca alla deriva nel nero mare dell’infinito. Anche se la sua nave è scomparsa, oltre l’orizzonte, le sue parole ancora resistono. Come un raggio di luce che si imprime su una pellicola e che lo fa camminare ancora una volta, perso nei pensieri e malinconico, sulle rive di un Tevere ormai fluito.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
5 (2 voti)
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