Il caso Braibanti, di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese

Il documentario rievoca attraverso interviste e materiali d’epoca uno dei più clamorosi scandali giudiziari: la condanna per “plagio” di Aldo Braibanti. Nastro d’Argento 2021 e al PFF – CineMaOltre

Mentre nel mondo infuriava la Contestazione giovanile, con la richiesta di diritti civili e maggiore libertà sessuale, il caso Braibanti divenne il nostro processo a Oscar Wilde. Con un secolo di ritardo“. Siamo solo all’incipit che anticipa i titoli di testa e già il documentario Il caso Braibanti, diretto da Carmen Giardina e Massimiliano Palmese ha trovato un’illuminante chiave di lettura per raccontare alle nuove generazioni uno dei più grandi scandali giudiziari dell’Italia del Novecento. Cento anni dopo l’accusa di sodomia rivolta allo scrittore de “Il ritratto di Dorian Gray“, nel nostro Paese un altro intellettuale veniva portato alla sbarra per le sue scelte sessuali. Nel 1968 – basta scrivere l’anno per tremare di fronte alla violenta battaglia di retroguardia culturale che rappresentò questo procedimento giudiziario – Aldo Braibanti veniva condannato a 9 anni di carcere per il reato di “plagio”, introdotto nel codice penale durante il periodo fascista da Alfredo Rocco, per aver corrotto la mente del ventitreenne Giovanni Sanfratello.

Il caso Braibanti, rifacendosi alla gloriosa tradizione del documentario civile, torna sui luoghi fisici e virtuali di quell’orrore socio-culturale, per portare alla memoria storica di un Paese ignominiosamente dimentico una ferita che il presente non ha ancora cicatrizzato. Basta guardare in tal senso il primo pezzo del lungometraggio e cioè l’intervento di Sergio Lo Giudice, parlamentare del Pd nell’Aprile 2014, che in una sessione al Senato vuole omaggiare Aldo Braibanti, “partigiano, filosofo, artista ma soprattutto diventato noto per essere stato vittima di una delle pagine più buie della storia repubblicana” scomparso una settimana prima: il brusio degli onorevoli colleghi è altissimo, segno di un disinteresse istituzionale altamente esemplificativo. E difatti Giardina e Palmese nel loro capillare lavoro di ricostruzione storica della vicenda s’affidano alle interviste fatte ai protagonisti dell’epoca integrandole con alcuni materiali d’archivio. I due registi sono bravi nel non cedere alle tentazioni dell’urlo di denuncia mettendo da parte qualsivoglia lettura politica – gli strali della destra dell’epoca e i vergognosi attacchi della stampa, che trovano un esiguo spazio nel documentario bastante comunque a rendere partecipi del clima mefitico – lasciando che siano le testimonianze personali a farsi carico dell’intento recondito del processo: l’esecrazione della libera omosessualità dell’intellettuale di Fiorenzuola d’Arda. Come infatti acutamente evidenzia lo stesso Braibanti in uno spezzone d’intervista dopo aver scontato due anni di carcere sui nove per i quali era stato condannato (gli altri gli erano stati condonati perché partigiano della resistenza): “Qualunque siano gli strumenti accusatori che si utilizzano per mettere in moto un’accusa di plagio, l’accusa è sempre fondamentalmente politica, perché riguarda essenzialmente i rapporti tra il privato e il sociale“.

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La condanna del mirmecologo e drammaturgo che “aveva insegnato a Carmelo Bene a recitare in versi” fece naturalmente molto scalpore negli intellettuali contemporanei. A partire da Pier Paolo Pasolini che in una sorta di transfert vedeva in questo caso anticipazioni delle sue future traversie, ad Elsa Morante “che non dormiva la notte“, fino ad Alberto Moravia, Umberto Eco, Alfonso Gatti ed altri che firmarono nel 1969 a difesa di Braibanti il volume collettivo, “Sotto il nome di plagio”.
Per quanto riguarda la parte giudiziaria vera e propria Il caso Braibanti riesce ad ovviare alla mancanza di video del processo facendo interpretare alcuni pezzi delle infuocate arringhe del pubblico ministero – “Il giovane Sanfratello era un malato, e la sua malattia aveva un nome: Aldo Braibanti, signori della Corte! Quando appare lui tutto è buio” – dagli stessi protagonisti dell’omonima piece teatrale portata sui palchi d’Italia qualche anno prima dallo stesso Massimiliano Palmese. L’inevitabile ricordo emozionale dell’intellettuale è affidato al nipote, Ferruccio Braibanti, che ripercorre con toni pieni di affetto e commozione, la pionieristica figura artistica dello zio, dall’esperienza comunitaria del torrione Farnese di Castell’Arquato alla collaborazione con Alberto Grifi per Transfert per kamera verso Virulentia.

Ma il lungometraggio ha anche il merito nei suoi 64 minuti di durata di lasciare spazio anche alla terribile vicenda biografica della presunta vittima del plagio, Giovanni Sanfratello, che nonostante avesse affermato durante le varie udienze di non essere stato soggiogato dall’influenza corruttiva di Braibanti venne internato dall’ultra-cattolica famiglia in un ospedale psichiatrico a Verona, dove gli fecero 40 elettroshock e 8 shock insulinici in due anni perché rinsavisse. Il caso Braibanti si chiude però con un’immagine di un gabbiano in volo, accompagnato dalla parole di una poesia di Braibanti riferita forse proprio al compagno tanto sfortunato, “mio dolce compagno di viaggio” e di sventura in quella/questa Italia che imprigiona moralmente i suoi esponenti migliori.

 

Regia: Carmen Giardina e Massimiliano Palmese
Interpreti: Lou Castel, Maria Monti, Pier Giorgio Bellocchio, Mauro Conte, Alessandra Vanzi
Durata: 60′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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