BERLINALE 60 – "Welcome to the Rileys", di Jake Scott

James Gandolfini e Kirsten Stewart in Welcome to the Rileys, di Jake ScottI personaggi di Welcome to the Rileys potrebbero essere fratelli degli americani ritratti nelle pagine di Tempesta di ghiaccio di Rick Moody o Wonder Boys di Michael Chabon, entrambi portati sullo schermo (rispettivamente da Ang Lee e Curtis Hanson), entrambi figli delle storie quotidiane raccontate da Carver, i suoi ritratti cesellati con poche, precise fotografie, uomini e donne che hanno mancato un sogno, ma davanti a una bottiglia o in locale aperto tutta la notte, o a letto, nella penombra, lo cullano ancora.

Gli adulti disillusi, stretti a fatica nelle maglie dei convenevoli sociali, ma ancora pervasi da una scintilla di vita e di ribellione nascosta chissà dove, gli adolescenti bambini che nascondono la fragilità dietro la sfrontatezza. La periferia ordinata di Indianapolis, in una dimensione parallela, è l'Alabama di American Beauty: in entrambi i film un leggerissimo spostamento del punto di vista scatena una rivoluzione esistenziale, un risveglio, e come il Lester Burnham di Alan Ball, Doug Riley scopre di non essere ancora morto.

In questo piccolo film dolce e malinconico del 2010 Jake Scott, figlio di Ridley, al suo secondo lungometraggio dopo Plunkett & Macleane (1999), segue con affetto e umorismo partecipe i suoi protagonisti, come un cantastorie che vive per strada e comprende tutto solo da un'occhiata a ciò che avviene dentro le finestre illuminate. Dopo la morte della figlia teenager, i Rileys tirano avanti stancamente. Lois (la Melissa Leo di Frozen River e The Fighter, bravissima a esprimere nello spazio di un'ora prima una rigidità sofferta, poi una imprevedibile capacità di empatia) è una donna infelice e sfiorita. Colpita da una grave forma di agorafobia, non mette piede fuori casa da anni, e ha già comprato due lapidi gemelle in cui lei e il marito, che tiene quietamente a distanza, verranno sepolti accanto alla figlia persa per sempre. Doug (un meraviglioso James Gandolfini, che restituisce ogni sfumatura della sua paternità perduta, un personaggio di cui Scott si è letteralmente innamorato leggendo la sceneggiatura di Ken Hixon) ha una relazione affettuosa con la cameriera di un pancake bar, per lui ben più che un'amante. Nella sua casa ben tenuta, il suo regno è il garage, il rifugio dei mariti americani, l'unico posto dove fumare una sigaretta e scoppiare a piangere.

Una serie di eventi imprevistiJames Gandolfini e Melissa Leo in Welcome to the Rileys, di Jake Scott riporterà entrambi alla vita: la miccia che innesca il mutamento è un viaggio di lavoro di Doug a New Orleans e l'incontro con Mallory, una sedicenne fuggita di casa che si esprime come uno scaricatore di porto e vive alla giornata, lavorando in uno strip club tra esibizioni sul palco e prestazioni sessuali (Kristen Stewart, un'evoluzione della hippy di Into the Wild, non ancora ingessata nella casta sposa della saga di Twilight, e credibile tanto in abiti da pole dance quanto in divisa sportiva da adolescente). Lei, abituata a essere valutata solo in base al suo corpo e alle sue capacità sessuali, offre insistemente a Doug l'unica contropartita che conosce: ma scoprirà che Doug è un uomo old school che rifugge le sue avances e cerca di curare il proprio cuore spezzato prendendosi cura di lei. Il convegno di Doug si trasforma in uno stravagante esperimento paterno (i dialoghi tra i due sono irresistibili) in cui però l'uomo ha l'intelligenza di non simulare la nascita di una nuova famiglia, mentre Lois, per il timore di perdere per sempre suo marito, riesce a fare un passo fuori dalla sua paralisi e a raggiungere l'improbabile coppia…

C'è speranza in Welcome to the Rileys, ma non facili “ristrutturazioni”. Come nella vita, il finale è aperto e le conseguenze imperscrutabili. E come nei migliori romanzi americani ci spiamo a desiderare che le cose possano andare davvero bene per i Rileys e la loro amica di una settimana, anche se sappiamo che un banale incidente o anche solo il tempo che passa possono risprofondarli nell'abisso. Ma il film sembra suggerire che a volte basta fare un passo laterale per scoprire che si ha ancora qualcosa da fare sulla terra., che oltre ai legami di sangue esistono quelli del caso, che qualcuno riesce ad essere, anche solo per pochi giorni, lo scalcinato e tenero angelo custode di qualcun altro.