#Berlinale69 – Amazing Grace, di Alan Elliott

Una bomba nucleare.

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Nel gennaio del 1972, all’apice della carriera, Aretha Franklin canta per due serate alla New Temple Missionary Baptist Church di Los Angeles. La regina del soul torna alle sue radici gospel, ai tempi in cui, ragazzina, accompagnava con la sua voce già devastante i sermoni del padre, il noto reverendo C. L. Franklin, nella sua chiesa di Detroit o in giro per il paese. In quelle due serate viene registrato l’album live Amazing Grace, il disco gospel più venduto della storia, con oltre due milioni di copie, e tra i maggiori successi della carriera di Aretha. Ad accompagnarla in quella mitica occasione, il reverendo James Cleveland, trascinante interprete, e il Southern California Community Choir diretto da Alexander Hamilton. Tra i musicisti Pretty Purdie, Cornell Dupree, Poncho Morales, Chuck Rainey… 86 minuti di vibrazioni ininterrotte. Di cui resta la testimonianza diretta di Sydney Pollack, chiamato dalla Warner Bros. per un film concerto istantaneo. Che non sarà mai completato per questioni tecniche e di diritti legali. Trionfo della musica, fallimento del film…

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Ora, dopo quasi cinquant’anni, il produttore Alan Elliott ritira fuori dalla soffitta quel materiale. Con la benedizione in extremis di Aretha, commossa dal rivedere il magma incandescente e incontrollabile di quelle immagini in 16 millimetri. Che letteralmente sembrano ribollire ed evaporare, liquefarsi come le gocce di sudore che solcano il volto della regina e del reverendo Cleveland e le lacrime mal trattenute di tutti presenti. Tutto perde forma.

C’era tanto da sistemare. Ma anche poco, in verità… visto il caos assoluto, senza margine di interventi, eppure magnifico, liberatorio di quelle serate e delle riprese della squadra di Pollack. Quante camere? Cinque, sei, sette? Che s’incrociano e s’impallano a vicenda, che perdono l’asse e il fuoco per affannarsi a cogliere tutto il possibile. Stare sul volto concentrato di Aretha, che piano piano si apre in una specie di vertigine mistica indescrivibile, fino a distendersi in un dialogo vibrante con Cleveland e i coristi. Incontrare il pubblico sospeso tra l’incredulità e l’estasi, incrociare le reazioni più esaltate di chi comincia a urlare, a ballare, a gettarsi verso il pianoforte. E poi afferrare i momenti folgoranti, le mani di Cleveland che stringono quelle di Aretha di nascosto, proprio dietro le schiena di lei; il reverendo Franklin che asciuga il sudore dalla fronte della figlia che continua a cantare, quasi senza accorgersi di nulla, in trance assoluta. I fazzoletti che volano, Mick Jagger, “non accreditato”, sorpreso a battere le mani in fondo alla sala, mentre Pollack prova a dare indicazioni, sbracciandosi come un forsennato, come il capitano di una nave durante la tempesta.

Sì c’è il montaggio che mette ordine, quello lucido, pulito, di Jeff Buchanan, abituato ai video musicali e al lavoro con Spike Jonze e Michel Gondry. I tempi delle prove e del concerto si collegano sulla traccia sonora, lo split screen moltiplica le connessioni e l’intensità dei momenti. Epperò il film deve per forza di cose cedere, rinunciare a qualsiasi pretesa di forma, di correzione, di controllo. Si offre alle incongruenze più vertiginose, alle prospettive sbilenche, alle sfocature nevrotiche. Mette sempre in evidenza l’ingombro dell’apparato di produzione, le macchine, i cavi, le luci che intasano e infuocano la sala della chiesa. Ma tutto questo si traduce in una leggerezza paradossale, assurda, fantastica. Più diventa sporco il film, più diventa vero, necessario come un vagabondaggio notturno di Cassavetes. Come se il cinema, o meglio una certa idea di cinema, formalista, corretta, ordinata, accattivante, facesse un passo indietro. si riducesse alla sua radice primaria, obiettiva, di pura ripresa, per assorbire tutta l’energia della musica e dell’istante. Fino ad amplificarla a dismisura.

Vedere Aretha cantare è sentirla all’ennesima potenza. E quando la sua voce si apre in Amazing Grace o in Never Grow Old, davvero squarcia il petto e diventa una fitta all’anima. E non è questione di performance, di tecnica, di bravura, è semmai l’accordo perfetto tra l’intensità dell’intenzione e l’ampiezza delle capacità. E non è questione di fede o meno, di Dio o chissà. È che davvero esiste questa grazia incredibile, questa cosa misteriosa che riempie i cuori, che ridà unità e senso allo spazio e al tempo. Di sicuro esiste uno spirito, non so, una carica elettrica che attraversa i corpi e che lampeggia lì intorno. Una gioia che fa male, una speranza contro il dolore, così come esiste il futuro, la nostra possibilità di immaginarlo. Di credere che ci sia, da qualche parte, una terra in cui non invecchieremo mai.