#Berlinale70 – La casa dell’amore, di Luca Ferri

Tanto il precedente Dulcinea si mostrava come un film di insostenibile turgore erotico pur non permettendo mai ai due personaggi in scena l’istante di un contatto anche minimo, neppure unicamente sfiorato, così La casa dell’amore non si accende mai, in maniera chirurgica e crediamo del tutto consapevole, di emozione sensuale pur essendo continuamente attraversato da incontri a sfondo sessuale, grovigli di corpi e pratiche trasversali di godimento carnale, dall’accoppiamento all’eccitazione al telefono alla tortura del solletico.

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Non a caso, la lunga sequenza centrale è nuovamente una negazione di qualunque scambio fisico, la protagonista transessuale Bianca Dolce Miele immobilizzata a letto e “apparecchiata” come un altare candido da chierichietto che prepara la funzione per il parroco, e il “cliente” che si lascia andare ad un irresistibile monologo/interrogatorio mentre consuma una improbabile cena di stoviglie di plastica e carne in scatola. Situazione dove ritrovi il Luca Ferri più dissacrante e iconoclasta, che da un po’ di film a questa parte si era fatto meno sentire. Ma si tratta di una parentesi, in mezzo a una gestione delle pratiche sessuali che sembra per Bianca puro esercizio, semplice lavoro fisico da svolgere senza emozioni ma con la fatica negli occhi di chi replica quotidianamente il proprio impiego della vita. La plastica e il Tavernello caldo da discount sembrano allora negare l’abituale ossessione di Ferri per l’eleganza degli oggetti e dei cibi: allora, forse, il senso de La casa dell’amore nella filmografia del cineasta di Colombi è proprio in quegli inaspettati piatti e forchette usa e getta, e in quella scatoletta di Montana in gelatina.

Che cosa è accaduto alle immagini rigorosissime del più analogico dei nostri autori (la vhs di Pierino, secondo capitolo di questa trilogia ora compiuta), abituato alla pellicola e al rifiuto coriaceo dei simboli del progresso? Dalle voci delle segreterie telefoniche di Enzo sono Lina siamo abissalmente passati alle riprese in digitale (fotografia di Pietro de Tilla e Andrea Zanoli), alle note vocali, alle videochiamate e alle stories di instagram con cui Bianca e la compagna Natasha comunicano a distanza Milano/Brasile. Un aggiornamento inedito nell’armamentario di Luca Ferri, per il film più dialogato e più ancorato al “presente” tra tutti i suoi, seppure anche stavolta attraversato dai segni di una memoria strappata e malconcia come la mappa delle costellazioni che Bianca riattacca col nastro adesivo – come i manifesti e le carte private del padre scultore della protagonista, o lo strepitoso canto popolare sulla prostituta Rosetta ammazzata dalle guardie calabresi intonato ad un certo punto da un anziano menestrello improvvisato.
La tecnologia, in grado di connetterci in maniera istantanea e perenne, non può comunque aiutarci in alcun modo a ritrovarci, sembra dire La casa dell’amore: telefoni e videocamere abbattono il muro del fuso orario ma falliscono puntualmente nell’utopia del non far disperdere i desideri, la formula del rituale di candele e sigarette è probabilmente quella sbagliata, e c’è sempre un passaggio mancante in questo vangelo, come quello citato di spalle nell’incipit.
Il cinema di Luca Ferri ha intrapreso una mutazione importante dai tempi di Abacuc che ne va esplicitando con sempre maggiore evidenza come la reiterata patina postumana fosse soltanto un rifugio fallace: film dopo film, Ferri prende in giro il proprio stesso cinismo andando al contrario alla ricerca di una piccola scintilla umana che ancora magari resiste, di un improvviso gesto di tenerezza dove ogni sincerità sembra oramai negata, della possibilità di un amore dove non ne è più previsto alcuno, di quel segnale irrazionale e impulsivo che possa, per un solo secondo, riacchiapparci dal buio senza rumore e senza voce in cui siamo piombati.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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