#Berlinale70 – The Woman Who Ran, di Hong Sang-soo

L’ultimo di Hong Sang-soo, il suo 24esimo, è (ancora) un film di intrusi, e di intrusioni continue: non a caso la metafora che lo apre è quella del recinto di animali “disturbato” dal gallo che becca le controparti femminili sulla schiena per puro sfizio, fino a lasciarle senza penne dietro il collo. Gamhee (l’abituale, strepitosa interprete dei film del cineasta, Kim Minhee) fa visita a tre amiche a Seoul approfittando del viaggio d’affari del marito da cui è solitamente inseparabile. Ma è davvero lei la donna in fuga del titolo?

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Le conversazioni-confessioni tra donne, condite da cibo e alcol come ben si aspetta chi segue e ama il cinema dell’autore sudcoreano, saranno puntualmente interrotte dall’arrivo di un uomo dall’esterno, sistematicamente inquadrato di spalle nel suo entrare in scena a capovolgere il mood della situazione, che fino ad allora era stata ripresa attraverso l’amata camera fissa alla Hong Sang-soo, dove a muoversi è solo l’obiettivo che esplora gli spazi del dialogo e sottolinea gli istanti con le caratteristiche zoomate del regista. Dunque, che ruolo hanno i ripetuti sabotaggi di questa condivisione fino a quel momento a pari livello, quantomeno di altezza di sguardo?

Lo chiarisce probabilmente un nuovo riferimento “animale”, ai gatti randagi che le donne della prima visita si rifiutano di smettere di accogliere e accudire nonostante le rimostranze del vicino di casa impaurito. Perché nell’impalcatura sempre più minimale improntata da Hong Sang-soo per questi suoi racconti essenziali, diventa fondamentale il gioco continuo con i rimandi interni, le allusioni, i particolari giusto accennati di storie di cui non ci viene dato da cogliere che l’eco, le ombre tra i ricordi, quello che resta tra le parole smozzicate, i gesti, gli sguardi, le ripetizioni di versioni ufficiali chissà quanto veritiere (“se continui a dire sempre le stesse cose finirai per non apparire sincero”).
La fase contemporanea della produzione del regista coltiva un’amarezza sempre più desolata, ma dagli esisti spesso felicissimi come in questo caso o nei recenti On the Beach at Night Alone e Grass (entrambi passati in Berlinale). E allora, anche stavolta non capiremo mai bene per intero l’intreccio che ha legato in passato questi personaggi, e nemmeno quello del tutto casuale che continua a intrecciarne le loro esistenze attuali, ma rimane intatta l’indicazione più importante, la lezione più cruciale in tutto il suo cinema: quella sul saper guardare.
L’unico frame in cui vedremo il campo/controcampo dell’intruso-poeta della seconda cena sarà attraverso il monitor del video-spioncino installato sulla porta dell’appartamento, che Gamhee va scrutando per seguire la vicenda. A quel punto, avremo già visto la protagonista servirsi di un dispositivo di ripresa a circuito chiuso per spiare un mistero, ovvero il rapporto tra la prima amica e la figlia problematica dei vicini, seguito attraverso il mosaico panottico del pannello di controllo delle camere di sorveglianza del condominio. E’ questa dunque allora l’unica regia ancora possibile in un cinema tutto votato alla riduzione della “macchina” ai minimi termini (compresa la durata spesso contenutissima delle opere), e allo svelamento esplicitato di ogni impalcatura, anche visiva (i movimenti della mdp per l’appunto non fanno che “tradire” continuamente lo sguardo dell’autore)?

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Forse no: nella terza variazione sul tema, Gamhee si trova nuovamente infine al cospetto di uno schermo, ma questa volta si tratta di una sala cinematografica d’essai dove una lunga inquadratura delle onde del mare è la sequenza del film “così riappacificante” che sta venendo proiettato. Se gli intrusi maschili fino ad allora sono riusciti ogni volta a turbare gli umori, adesso la protagonista tronca di netto lo spiacevole confronto con il tronfio scrittore Mr Jung (Kwon Haehyo, altro volto familiare nella galleria di Hong Sang-soo), e ritorna dentro al cinema a guardare le onde passare sullo schermo. In pace, al riparo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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