Blog MONTAGGI – #ACOLPOD’OCCHIO: Tie break, o del duello

Mentre scrivo queste righe scorrono in diretta le immagini della semifinale di Wimbledon, Nadal-Djokovic. Se ci si concentra sul découpage della regia in diretta dell’evento, colpisce la ritualità dei cambi di punto macchina, i passaggi dal totale (dall’alto) del campo ai primi piani dei singoli giocatori, dai volti degli spettatori a quelli dell’arbitro o degli assistenti di campo. Piani fissi o lievi recadrage a seguire i movimenti (anch’essi rituali) dei giocatori.

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Stacchi continui, variabili. Unica eccezione: lo scambio lungo, seguito sempre dall’alto, in modo da far vedere tutto il campo, i due giocatori e il movimento della palla.

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La memoria corre ad altri momenti, altre partite, altre scritture. Wimbledon, 1980: la finale storica tra Borg e McEnroe, il lunghissimo tie-break del quarto set, vinto da McEnroe per 18 a 16. La BBC, che trasmetteva l’evento inaugura di fatto questa varietà di piani, gli stacchi continui, il cambio istmatico di piani. La struttura dell’evento tramutato in immagine-movimento segue da allora queste regole (come in fondo avviene in ogni sport – dalla prevalenza del piano sequenza nel basket, al passaggio repentino da campo lungo a dettaglio nel calcio).

Tennis come cinema o, meglio, il cinema come sopravvivenza, modello generatore e trasformatore di tante immagini. Al match storico dedica alcune pagine vivissime SergeDaney, nel suo l’Amateur de tennis. Libro straordinario, dove la passione per il tennis di Daney si mescola abilmente con lo sguardo del critico, la capacità di vedere nel gioco un’idea e una forma del mondo, come nel cinema. Questa finale, scrive Daney, ci ha procurato tutte le emozioni del tennis, dalla noia all’entusiasmo, dall’angoscia all’ammirazione. Il tie-break finale, il duello finale diventa, agli occhi del grande critico francese, l’immagine di un tempo che si dilata, di un volere e non volere al contempo che la partita abbia una fine.

È in questo prolungamento potenzialmente indefinito del tempo che sta una delle particolarità del tennis, che appunto non ha un tempo definito, in cui il montaggio non lavora per chiudere il suo senso, ma per prolungarne il ritmo, il movimento. È uno scarto radicale dal punto di vista del tempo, che fa sì che la scelta di Janus Metz, regista di Borg vs. MacEnroe, film appunto incentrato sulla leggendaria finale, scelga un montaggio che sottrae la visibilità della partita allo spettatore, preferendo un viaggio fatto di flashback, di solitudini, di silenzi dei due giocatori (soprattutto del campione svedese). Nel film, l’attenzione mimetica nella ricostruzione di corpi e ambienti – i due attori che replicano pedissequamente i minimi gesti e tic dei due giocatori – non copre l’assenza del campo e del gioco, frammentati in inquadrature brevissime, che si pongono in totale contrapposizione alla regia della BBC, elogiata tra l’altro da Daney. Nel film di Metz tutto è composto da un montaggio sicuramente raffinato, ma che evidentemente ha l’unico scopo di spostare altrove lo sguardo, verso le ossessioni private di due campioni. Il match, che comunque ha uno spazio notevole nell’economia del film, è visibile soprattutto attraverso le tracce che lascia negli sguardi e nei volti degli spettatori, come dei due giocatori.

Seguendo fino in fondo questo scarto si può allora riconoscere proprio nella ripresa della partita “reale” una forma sperimentale di cinema dal vivo. Un cinema appunto “aperto”, dove in gioco sta la possibilità di prolungare all’infinito il duello, anziché spingere verso la sua risoluzione; in questo senso la finale di Wimbledon è più vicina a I duellanti di Ridley Scott che al film di Metz: proprio perché i duellanti non fanno altro che ripetere all’infinito il loro gesto, mostrando che è il duello a dare il senso, non tanto la vittoria o la sconfitta.

È solo così, parafrasando Daney, che due Idee del tennis (e perché no, del cinema) si possono mostrare nella loro contrapposizione assoluta, nella bellezza di un duello puro, di un cinema (che potrebbe essere) senza fine.