Botox, di Kaveh Mazaheri

L’opera prima del regista iraniano si divide fra i toni del thriller e quelli di una sofferente e introspettiva lettura dell’esplosione di un disturbo mentale. In concorso al #TFF38

Fotografia glaciale, azzurra, quasi a far percepire un vetro ( a volte appannato) tra i personaggi e lo spettatore. Botox è l’esordio cinematografico di Kaveh Mazaheri, ingegnere iraniano, regista per passione con all’attivo corti e documentari. Un curatissimo incontro fra il drammatico racconto della disabilità mentale e l’angosciata narrazione delle conseguenze di un casuale, ma anche liberatorio, omicidio.

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Già da molti indicato come una versione atipica e iraniana di Fargo dei Coen, Botox narra la storia di Akram e Azam, due sorelle che vivono con un dispotico e ambizioso fratello che aspira ad andare in Germania, Emad. Due sorelle che seppur unite da un evidente affetto mostrano da subito enormi differenze, aumentate anche dagli 11 anni le separano. Azam è giovane e bella e lavora in una clinica dedicata alla chirurgia estetica figlia del botulino. Akram è invece distante, chiusa su se stessa, da sempre bisognosa di cure che sembrano non essere mai veramente arrivate. E da questa interiorizzazione del dolore portata all’esasperazione viene scaturita l’azione che fa partire il dramma, nell’accezione greca del termine. Akram a causa di un gesto inconsulto nato come reazione alle ironiche e scanzonate prese in giro di Emad si ritrova, senza nemmeno accorgersi, ad averlo ucciso.

Un percorso di catarsi ed espiazione che viene però intrecciato con scelte registiche che a volte tendono all’ironia, altre all’accentuazione dell’aspetto puramente “poliziesco” della storia. Botox riesce ad imbastire con pochi elementi un articolato lungometraggio che punta le sue solide basi su tematiche che solitamente vengono affrontate separatamente o in ogni caso non con questa poetica. Il rapporto familiare conflittuale, le problematiche di un disturbo mentale, l’omicidio e tutto ciò che ne deriva, ma soprattutto a fare da cornice a tutto questo lo sfondo di un paese come l’Iran. Le donne vanno a rifarsi le labbra, ma hanno ancora bisogno di una figura maschile che approvi le loro scelte, una figura maschile che di fatto le domina. E se si volesse leggere Botox soltanto sotto l’aspetto delle questioni di genere, già questo basterebbe a renderlo un prodotto interessante. L’uccisione dell’Uomo, la solidarietà fra le due donne, il mondo femminile iraniano che si apre a quello occidentale.

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A tratti si ha la sensazione che le scene del film di Mazaheri siano pesanti quanto la coltre di neve che ricopre le case e le strade dei sobborghi di Tehran. In Botox questo aspetto è una vera e propria arma a doppio taglio, il suo punto di forza può rivelarsi allo stesso tempo il suo tallone d’Achille. La pesantezza che permea i suoi 97 minuti è però a più riprese smorzata dalla già citata sottile ironia che a volte serve a Mazaheri proprio a rompere quel vetro che altrimenti avrebbe reso l’aria troppo poco respirabile dall’altro lato dello schermo. Sicuramente una delle opere da tener d’occhio in questo festival.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (1 voto)
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