#Cannes2019 – A Hidden Life, di Terrence Malick

Chissà se davvero un giorno capiremo perché viviamo. Chissà se l’atto di fede con cui termina A Hidden Life, nelle parole di Fani Jägerstätter, comprende l’ipotesi del nulla, di un buio assoluto che richiuda tutto come nel segreto di uno scrigno perduto. Se ci si può rassegnare, in pace, anche all’idea di un’insignificanza, di una vanità di tutti i pensieri, parole, opere e omissioni. In effetti, è questo che si sente ripetere più di una volta il testardo Franz, il contadino del piccolo villaggio di St. Radegund, tra le montagne austriache, che rifiuta di giurare fedeltà a Hitler e di prendere parte alla guerra. Ma davvero credi che il tuo gesto sia in grado di cambiare le sorti del mondo e possa essere ricordato da qualcuno? Non è, forse, ogni presa di posizione un atto di egoismo e di superbia, uno staccarsi dal flusso, uno squarcio che apre una via crucis di dolore? Non solo per te, ma anche e soprattutto per il tuo prossimo. Ogni marito e ogni padre fa un promessa di futuro. E la fedeltà assoluta a un principio di verità e giustizia rischia di trasformarsi in un tradimento.

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Torna, torna a casa… Padre, madre… Si avverte sempre l’eco di quest’invito che s’incunea tra le pieghe del dubbio e delle paure. Ed è come un canto di sirena che attraversa le immagini di A Hidden Life, che tornano sempre a quel mitico paradiso terrestre nascosto tra le Alpi, alla meraviglia di quei prati verdi, di campi e cieli che si toccano e si fondono, di nuvole tra le montagne, di frutti e doni che nascono dalla terra. Un paradiso infettato all’improvviso dal veleno della follia e dell’odio. In fondo, Malick non cerca una spiegazione all’orrore. Non fa storiografia. Lo incontra come un’evidenza, come una verità già data all’origine, nella radice profonda del male che cova e divora dall’interno. Fa parte del bianco e nero della storia, di quei frammenti di archivio che si materializzano come un incubo di fantasmi ripresi e perciò divenuti reali. Sì, c’è qualcosa di infantile in tutto questo sforzo di rappresentazione e di ricerca. Ma la riduzione sta in ogni metafora, in ogni mito da scoprire e diffondere. Del resto ritornare all’infanzia di quel paradiso perduto è l’ossessione di tutto il cinema di Malick, che cerca disperatamente di ritrovare quell’istante prima della cacciata e della separazione, quel tempo in cui tutto era unito e non c’erano fratture tra una voce e l’altra. La sua è, da sempre, una nostalgia che racconta la scissione: tra noi e il mondo, tra un’immagine e l’altra, quello stacco di montaggio che frattura l’unità di movimento o che separa gli amanti. Una scissione appena mitigata dall’illusione di un cinema ubiquo, che sogna di essere dappertutto e abbracciare le cose, da un capo all’altro della terra. Ma qui, c’è qualcosa di diverso.

Sì, c’è sempre l’invocazione costante di quelle parole che si stringono nella memoria privatissima, esclusiva, della corrispondenza tra un uomo e una donna, tra Franz e la moglie Fani. O che perdono definitivamente la traiettoria delle linee di dialogo per trasformarsi in preghiere e tormenti solitari. C’è sempre quell’interrogarsi costante sul senso di tutto questo soffrire e gioire, di questo patire e continuare. E c’è ancora quella prospettiva sferoidale, che allarga e distorce lo spazio, come se tutto fosse filtrato dall’occhio di mosca di Cézanne. Le inquadrature di Jörg Widmer non si allontanano da quelle di Lubezki. Ma, stavolta, è come se l’estetica si fermasse un passo prima della maniera. L’azzardo dell’astrazione, magari di una decostruzione e ricomposizione del mondo secondo “il cilindro, la sfera e il cono”, si placa. Si torna a una dolorosa e composta adesione, alla luce naturale delle cose. Le patate sono patate, il grano è grano, la pera è pera, l’uomo è uomo. Mentre Dio è Dio, sta là e riposa nell’invisibile. Tra un essere e l’altro c’è differenza di grado, c’è una distanza irrisolvibile. E un’immagine è solo un’immagine. Non ripara lo scarto. Ma tutto fa, comunque, il quadro. È il colore, la tela, la cornice, la parete. Tutto sta lì dentro o lì intorno, con il peso della sua presenza o il segno della sua assenza. Anche il male, forse, la malattia mortale della paura, dell’odio e della violenza. “Non sono stato io a fare il mondo così com’è, nemmeno tu”, dice l’inquisitore Matthias Schoenaerts a Franz. Ripeterà più o meno le stesse cose il giudice Bruno Ganz, che già sente venir meno il suo tempo. È vero, è un buco nero. Ma ammetterlo non equivale a una rassegnazione. Significa abbracciare la croce.

È un film difficile A Hidden Life, a tratti una specie di tormento. Ma solo perché, finalmente, la scissione che Malick si sforza di ricomporre è quella tra il suo cinema e il nostro sguardo. Ripercorre, con commovente fatica, tutta la distanza che lo separa da noi. Fino a trovare davvero il punto di incontro, il momento in cui si rifà concreta tutta la sua divinazione, la sua ricerca di prove e segni, in cui tutto torna alla carne, al senso che non sta che nella vita, nel modo in cui attraversiamo le sottili linee rosse, i nuovi mondi e i giorni del cielo. Lo trova nella parabola di santità di Franz Jägerstätter, e nella straordinaria, devastante incarnazione di August Diehl, il giovane Karl Marx che si riscopre come uno di quei cristi intagliati nel legno delle chiesette di montagna. Alla fine, non c’è indignazione o rabbia o disperazione. Non c’è più un fuoricampo cieco ad attenderci. C’è un senso di pace. Chiedete e vi sarà dato. Grazie all’immagine di un dio che si è fatto uomo. E quindi di un cinema che è tornato a parlare d’amore.