#Cannes2019 – The Lighthouse, di Robert Eggers

Un faro, su un’isola spettrale, è immerso in un bianco mare di nulla. Ai suoi piedi due uomini scomposti sono partoriti da una nave accennata. Ephraim, giovane e sofferente, e Thomas, maturo e mefistofelico, sembrano due parodie di un romanzo di Melville. I due, con i loro perfetti travestimenti da uomini di mare, le loro storie, i loro canti, sono caratteri virati al nero, comparse di un’illustrazione da romanzo gotico. Impegnati in assurdi e sconclusionati lavori, i due uomini sono solo ingranaggi futili, chiamati a esistere al solo scopo di alimentare la Luce. Lei, salvifica e splendente, è l’unica entità pura presente nelle loro vite. Saranno proprio la voglia e il desiderio di godere della sua presenza, del suo amore, il motivo principale della furia tra i due uomini, uno geloso del suo potere esclusivo su di Essa contro l’altro ossessionato di ottenerlo. Un conflitto che tra vicinanze improvvise, solidarietà coatta e odio viscerale non potrà che degenerare nel prevedibile disastro.

The Lighthouse. La casa di Luce. Il nome inglese, titolo perentorio della seconda opera di Robert Eggers, ci ribadisce, senza ombra di dubbi, un’idea precisa del Faro. La guida nelle difficoltà estreme e punto di riferimento tangibile nell’oscurità sono tutte le qualità che il regista regala alla sua protagonista femminile, quella Luce che, evocata e sospirata, diventa l’oggetto del desiderio dei personaggi e degli spettatori. L’enfant prodige del new american horror non si esime dal raccontarci anche il lato oscuro della luminosa provvidenza, rovesciando nel suo personale “guardiano del faro” tutto l’orrore e il male del Buio. Quella del keeper è sempre stata un’immagine cara alla letteratura anglosassone, specie quella gotico-romantica. L’idea che la responsabilità di un compito così santo possa ricadere su uomini destinati all’isolamento, alla solitudine estrema e, perchè no, alla follia ha un sinistro e innegabile fascino. Eggers, dietro la sua implacabile idea, non può esimersi dall’affrontare questo archetipo e lo muta secondo le proprie esigenze. Diviso in due personaggi distinti e ostili, il suo guardiano assume i caratteri tragici di una schizofrenia, risultato evidente dell’insofferenza umana di fronte all’immensità.

Anche se arrivato solo alla sua seconda opera, la strada ideologica di Eggers è fin troppo evidente. I boschi stregati e mostruosi di The Witch sono stati sostituiti dai terribili scogli e dalle cannibali onde di The Lighthouse, in un percorso che vede la Natura, nel suo ruolo sovrannaturale e immenso, sovrastarci, stordirci e annichilirci. L’inferno e la luce, Dio e Diavolo, sono solo nomi e parole che noi affibiamo per convenzione a qualcosa che va oltre la nostra comprensione e che il regista ci indica ma non ci mostra mai. Le visioni che colpiscono il povero Pattinson e i deliri che attraversano il magnfico Dafoe sono solo squarci che Eggers ci regala per farci immaginare il suo assoluto. L’autore, infatti, non vuole (non può) raccontare fino in fondo l’oscena grandezza (lovercraftiana?) che si cela dietro la nostra realtà. Per questo ricorre a miti classici, a favole dell’orrore e a preghiere pagane, gli strumenti millenari a cui l’Uomo è ricorso per avvicinarsi all’imponderabile, per indicarci la via della Verità. Da buon e ossessivo guardiano del faro però il suo ruolo si limita solo a questo, rimanendo con noi nell’indefinità ignoranza di questo terribile e magnifico Altrove.