Carlos Saura, tra memoria personale e identità collettiva

Il regista spagnolo è stato autore di un cinema identitario e vigoroso, legato alla sua memoria personale nell’intreccio della storia tormentata del suo Paese.

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Supponiamo, e questo è un esempio un po’ banale, che se per Proust la sua infanzia è una serie di dettagli più o meno poetici su un ambiente familiare, per me quei ricordi sono molto più violenti: è una bomba che cade sulla mia scuola …
Carlos Saura, 1974

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Se con la scomparsa di Carlos Saura il cinema spagnolo ha perso uno dei padri della sua moderna cinematografia, anche il cinema mondiale ha perso l’autore di un cinema che ha saputo interpretare con sapienza la lezione del surrealismo di Buñuel. Soprattutto nella prima parte della sua carriera, declinandolo in quella scrittura caratterizzata in tal senso di Rafael Azcona che ha collaborato con il regista in anni più o meno contemporanei a quelli durante i quali ha lavorato anche con Marco Ferreri, ma stemperato in una costante immersione quasi proustiana nella memoria e il richiamo allo scrittore francese non è casuale essendo stato citato in più occasioni e anche nei suoi film, dal regista scomparso il 10 febbraio scorso.

Carlos Saura è nato in Aragona nl 1932 e dopo l’iniziale innamoramento per la fotografia, che è durato per tutta la sua vita, spinto dal fratello si è iscritto ad una scuola di cinema sperimentale e nel 1960 ha realizzato il suo primo film Los golfos con una impronta di realismo molto accentuato influenzato com’era dal Neorealismo italiano. La conoscenza con Luis Buñuel – al quale nel 1967 dedicherà il film Peppermint frappè omaggiando l’ultima opera girata dal riconosciuto maestro – ha cambiato il suo indirizzo autoriale, sebbene con quella differente interpretazione da quella del maestro suo conterraneo, il suo lavoro è stato caratterizzato, soprattutto nel cinema a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80, da una marcata vena di un surrealismo pervasivo, anche se meno estremista di quello del suo ispiratore.
In realtà non molto è cambiato riguardo alla circolazione in Italia delle opere di Carlos Saura da quel settembre 1977 quando Emanuela Martini su Cineforum scriveva: Anche per il caso di Saura non si può fare a meno di sottolineare ancora una volta l’esemplare disinteresse della distribuzione nostrana per qualsiasi realizzazione cinematografica che non rivesta i caratteri della consuetudine o della celebrità. Per il pubblico italiano il cinema spagnolo si è fermato a Buñuel (…). Sono passati 46 anni da quando queste parole sono state scritte e poco o niente è mutato in questo lungo tempo, ad oggi i titoli firmati dal regista dell’Aragona sono pochissimi e per di più circolanti in quello che un tempo si chiamava circuito culturale e oggi quasi clandestinamente in quell’odiato peer to peer. Ma tant’è e pertanto ben poco il pubblico anche più attento conosce di questo regista, del quale in verità negli ultimi anni a dispetto del moltiplicarsi dei canali di fruizione si è perduta quasi ogni traccia, ogni memoria.
Eppure Saura, scomparso a 91 anni, ha realizzato il suo ultimo film, un cortometraggio dal titolo Rosa Rosae, nel 2021 alla veneranda età di 89 anni e nel 2016 aveva firmato un film documentario su Renzo Piano, Renzo Piano, an architect for Santander, diventato in Italia Renzo Piano, l’architetto della luce. Queste opere non le abbiamo conosciute e il suo nome è legato ad una riflessione che il suo cinema ha in differenti occasioni fatto sul franchismo, di cui è stato oppositore, ma soprattutto a quella stagione, iniziata negli anni ’60 del secolo scorso e durata per almeno un altro decennio, durante la quale si sono messi in discussione i valori consueti di famiglia e patria, di religione e tradizioni. Il film che gli ha dato la fama internazionale è stato La caccia del 1966. Il racconto metaforico di una battuta di caccia ai conigli tra tre amici e un altro giovane partecipante che finisce tragicamente e nel quale non è difficile leggere i tratti di una Spagna divisa e sanguinaria, macchiata dalla dittatura e dalla violenza.
La sua vena divisa tra surrealismo e contenuta ribellione diventa evidente in Anna e i lupi (1972) la storia di una donna che viene chiamata a badare a tre bambine in una casa di campagna diventando l’oggetto dell’attenzione di tre uomini della famiglia. Ancora una volta una metafora della Spagna franchista e violenta. Con il successivo La cugina Angelica del 1973 la memoria e il presente si confondono per il protagonista durante un viaggio fatto per seppellire i resti della madre. L’amore represso per la cugina e la solitudine sofferta durante l’infanzia in collegio durante il franchismo sono per Luis ricordi dolorosi dai quali non sa staccarsi e che lo fanno soffrire. È forse uno dei film più autobiografici, pervaso da un senso di malinconia che non si estingue e accompagnerà il protagonista fino alla fine.
Con Cria cuervos del 1975 Carlos Saura raggiunge forse la massima popolarità e il riconoscimento internazionale con il Gran Prix speciale della Giuria al 29° Festival di Cannes. Ancora un film sulla memoria – a proposito di Proust – e sulla immaginazione infantile. Le prime parole di una filastrocca, che danno il titolo al film, aprono l’immaginario della piccola Ana che in questo lungo ricordo della sua infanzia divisa tra l’amore verso la madre e la profonda avversione per il padre ufficiale franchista.
Nel suo cinema successivo, sempre identitario ma che sapeva intersecare la storia del suo tormentato Paese e quindi sempre legato a quei temi della memoria e della storia della Spagna, ma filtrati dalla sua personale memoria, dalla sua biografia, due esempi sono Bodas de sangre (1981), ispirato al balletto che a sua volta trae origine dalla piece teatrale di Federico Garcia Lorca, e il contiguo e altrettanto musicale Carmen story (1983), tratto dalla opera di Bizet. In tutti i suoi film Saura continua a mescolare realtà e finzione in un gioco di assorbenze che tradisce il desiderio di parlare, comunque, della sua Spagna e della sua cultura tradita da un passato a volte imbarazzante. E parlerà anche di questo passato doloroso guardando al più remoto passato dei conquistadores in El Dorado (1988), un grave atto d’accusa contro quella pagina di storia.
Di Carlos Saura lentamente la distribuzione italiana ha perso le tracce e, nonostante una sua discreta prolificità durata fino alla fine, il suo cinema sparì dai radar italiani.
L’opera vigorosa del regista appartiene forse ad un’altra epoca, ad un altro pensiero, ma la sua visione ancora oggi può suscitare interesse, poiché non è facile ritrovare una così ben riuscita commistione di narrazione tra memoria personale e collettiva riversata dentro un cinema che sa conservare, nonostante il tempo, la forza del suo indimenticato autore.

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