Caught by the Tides, di Jia Zhang-ke

Jia ripercorre la coreografia infinita del suo cinema, l’amore tenuto a distanza, lo scarto abissale con il futuro, le immagini che mutano forma quando le vai a rivisitare. CANNES77. Concorso

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Come i ricordi, i film mutano nel tempo, quando non li guardi, sedimentano, quando ci torni su ti sembrano sempre dei nuovi cut: quand’è che il regista ha aggiunto, tagliato, rigirato o allungato queste scene? Quando li lasci stare in un posto oscuro dell’anima (in cui, diceva Fitzgerald, sono sempre le tre di notte), i film si parlano tra di loro, di certo non hanno bisogno di noi, dei nostri occhi, dei nostri schermi: e così le storie finiscono prese dalla marea, come recita il titolo internazionale di questa nuova opera di Jia Zhang-ke, si confondono e si sovrappongono, si guardano (loro sì) come Qiaoqiao e Bin nel finale, almeno sino ad ora, del loro viaggio da rette parallele, il punto improprio (detto anche, in matematica, punto immaginario) del loro incontro lungo un’intera vita, e un’intera filmografia.
Jia riavvolge il filo della relazione tra Bin (Zhubin Li) e la Qiaoqiao di Zhao Tao, personaggio ritornante delle sue immagini, e trasforma l’intera prima sezione di Caught by the Tides in una playlist senza soluzione di continuità di scene di canto, di ballo di gruppo, di karaoke, di danza, prese dai suoi film precedenti, da Still Life a Al di là delle montagne o I figli del fiume giallo: è vero, possiamo giurare di riconoscere ogni fotogramma, ogni vertigine che ci viene restituita dal ritrovare queste istantanee di una poetica, ma allo stesso tempo è come se il nostro rapporto con questa materia si stesse rinnovando davanti ai nostri occhi, nell’istante stesso in cui il suo autore la va rivisitando – è quello che accade puntualmente con i movimenti di macchina di Jia, con il rapporto che instaurano con il paesaggio e le masse di corpi che lo abitano, c’è sistematicamente quell’istante in cui il tuo sguardo vaga alla ricerca del fulcro di quanto sta accadendo sulla scena, un abissale secondo di smarrimento prima di “agganciare” il senso (accade qui anche al robot con cui Zhao Tao imbastisce un irresistibile e struggente sketch di riconoscimento esistenziale nel centro commerciale).

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Sta tutta in quello scarto l’operazione di Caught by the Tides, perché di film in film Jia Zhang-ke ha raccontato passato, presente e futuro della sua Cina, e questa rimessa in gioco a distanza ravvicinata di quanto filmato da Unknown Pleasures in poi si trasforma anche in un attraversamento di formati di ripresa e dell’inquadratura, urbanizzazioni forzate, automazioni sociali, orizzonti che da rurali (e low budget) diventano hi-tech, o meglio fanno convivere entrambe le vedute sullo sfondo: nella coda che rappresenta l’apporto inedito al progetto, il cineasta s’immerge nel racconto della quotidianità da pandemia, col distanziamento, le mascherine, le sanificazioni (un presente già affrontato nel bellissimo cortometraggio ispirato a Georges Perec, Visit).
Anni dopo che Qiaoqiao lo ha cercato in lungo e in largo, Bin ritorna in città, e si trova davanti un contesto apparentemente ancora più desolato, è tutta una barriera da superare mostrando i QR code sullo smartphone, e i vecchi amici si rendono ridicoli nel tentativo disperato di avere successo come fenomeni su TikTok: è lo stesso Jia ad abbracciare insieme al fido Yu Lik-wai l’evanescenza delle immagini “infografiche” del flusso binario con droni sfacciati, strane panoramiche “schiacciate” in stile videocamera di sorveglianza – Bin e Qiaoqiao appartengono ormai irrevocabilmente ad un altro tempo?
Nella loro passeggiata notturna in silenzio passa tutta la misura di un amore tenuto a distanza, rimpianti troppo profondi per trovare espiazione attraverso le parole, l’illusione di una cura per il quotidiano, in cui per riannodarsi basta sistemare il laccio di una scarpa. Una nuova immagine destinata a posarsi, a sedimentare senza neanche bisogno di andarla a richiamare: ci sarà tempo.
Adesso, Zhao Tao appartiene già di nuovo al futuro, i neon agli avambracci del jogging di gruppo nella notte, ancora una volta rifugiatasi in una azione di gruppo, in una coreografia di popolo. Quell’urlo corale di incitamento alla corsa, ha forse per la donna il sapore amaro e rabbioso dell’addio. Dove l’avrà portata la marea la prossima volta che ci affacceremo a (tentare di) trovarla?

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.3
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Il voto dei lettori
2.5 (2 voti)
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