Chantal Akerman. Uno schermo nel deserto, di Ilaria Gatti

Ha inizio con un ricordo infantile della madre Chantal Akerman. Uno schermo nel deserto, studio del cinema della cineasta belga firmato da Ilaria Gatti con Alessandro Cappabianca. Un testo che arriva dopo la monografia del 1997 redatta da Adriano Aprà e Bruno Di Marino per la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e che include quindi per la prima volta nella pubblicistica italiana tutti i lavori della Akerman fino all’ultimo No Home Movie del 2015.
“Ero come un vecchio bambino (…) Volevo proteggere questa persona che aveva tanto sofferto anche se di questo non sapevo nulla perché lei non mi ha mai raccontato, ma sentivo che tutto ciò era nel mio sangue e mi ha influenzato molto”.
Ilaria Gatti parte da questa citazione per fissare subito il centro attorno a cui Chantal Akerman ha costruito la sua opera: la madre Natalia, sopravvissuta ai campi di concentramento ed emigrata in Belgio, dove dà alla sua primogenita il nome più francese possibile “per evitarle problemi”, è l’ispiratrice di tutti i temi che la Akerman affronterà, prima istintivamente e poi con sempre maggiore consapevolezza, in una filmografia lunghissima e libera, tra videoarte, cinema sperimentale e a soggetto, documentario e finzione. Dall’esordio dirompente di Saute ma ville nel 1968, 13 minuti di anarchico sovvertimento delle regole, ispirato dalle suggestioni del godardiano Pierrot le fou sulla Chantal adolescente, la Akerman non smetterà più di interrogarsi sul corpo femminile e il suo rapporto con i luoghi, con l’infinitamente piccolo della chambre – come nel corto omonimo, in Je,Tu, Il, Elle o nel celebre Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles – o con l’infinitamente grande del deserto o delle metropoli americane.

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Sono luoghi da misurare, (re)interpretare, addomesticare attraverso l’occhio della macchina da presa, sempre frontale, diretta, quasi a sfidare la porzione di spazio inquadrata e la sua funzione simbolica.

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Il libro procede per capitoli che ruotano attorno ai nuclei tematici di questo cinema: oltre alla madre, figura così pervasiva da suscitare nella cineasta il dubbio da non avere più niente da dire dopo la sua scomparsa, l’identità, la memoria (Aujourd’hui, dis-moi o Histoires d’Amérique), il tempo (Hotel Monterey, Toute une nuit), i confini, indagati in D’est, La-bas, Sud – il corpo, la casa, le città.
Alla lettura analitica del corpus filmico si accompagna sempre il ritratto privato di Chantal Akerman, con citazioni dirette tratte dai suoi stessi lavori, dalle interviste e dal bel documentario I don’t belong anywhere, realizzato da Marianne Lambert proprio nel 2015, prima che la regista si togliesse la vita nella sua casa parigina e nel quale si offre alla macchina da presa quasi per un ultimo commiato, con la sincerità e il totale abbandono che ha sempre contraddistinto il suo lavoro.
laria Gatti traccia dunque un nuovo portrait en cinéaste, affrontando l’universo-Akerman nell’unico modo possibile: non soltanto con il piglio analitico dell’accademico ma abbracciandone umanamente le inquietudini, la pigrizia, la curiosità che spingevano questa giovane belga a scardinare le regole, della società come del linguaggio cinematografico, a sognare l’America come terra di nuovi sguardi e narrazioni portando sempre dentro di sé, però, i luoghi, le linee rette dell’infanzia e dell’adolescenza a Bruxelles, così come il dolore perpetuato dalle narrazioni sull’Olocausto, che la spingono a interrogarsi sulle proprie radici culturali e sulla reale possibilità di fuggirle.
Quella stessa umanità subito intuibile in una filmografia personalissima che rifiuta il tempo serrato del montaggio in favore di un tempo cinematografico che lasci sentire la vita scorrere. Un cinema, come dirà la stessa Akerman, che va “da qui a qui”, dalla testa alla pancia.

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Chantal Akerman. Uno schermo nel deserto

di Ilaria Gatti con Alessandro Cappabianca
Editore: Fefè
Collana: Pagine vere
Anno edizione: 2019
Pagine: 281 p., ill. , Brossura
Prezzo: 15,00€

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