#CinemaRitrovato2019 – Jane Campion e le Lezioni di vita

È bello quando dalla conversazione con una persona che ha anche un’immagine pubblica emerge il suo vissuto perché poi con un saltello è possibile arrivare a comprendere certe scelte, e nel caso di un regista la sua poetica. Così è stato per Jane Campion, ospite dell’incontro del Cinema Ritrovato. Cecilia Cenciarelli della Cineteca di Bologna e Alba Rohrwacher hanno accompagnato il dialogo muovendosi su un filo oscillante tra il cinema e la memoria, iniziando proprio dalle origini.

Di Un angelo alla mia tavola mi è rimasta impressa la silhouette della madre contro luce con le braccia aperte. Tutto il primo capitolo sembrava un saggio sull’infanzia. Quali sono le prime immagini da bambina che ricordi?
È vero, nel film si parla tanto di memoria e di quanto sia importante avere ricordi dell’infanzia. Anch’io ne ho tanti, ricordo ad esempio di essere accanto a mio padre mentre mangia un pompelmo dorato; taglia degli spicchi, poi finge di guardare da un’altra parte in modo che possa prenderne uno; e poi ritorna col suo sguardo sorpreso su di me. I ricordi sono davvero importanti perché sono la chiave della nostra psiche, ci fanno chiedere chi siamo, cosa ci sia di originale in noi e cosa invece sia una copia di quello che abbiamo visto o sentito. Ti chiedi perché il nostro cervello abbia selezionato certe immagini e non altre. Insegno scrittura ai bambini in una scuola locale, un giorno li ho portati fuori e abbiamo acceso il fuoco, perché volevo che fosse un’occasione da ricordare, e ricordo un bambino che mi disse di non avere ricordi, né fantasia. Allora gli ho chiesto se si ricordava il primo giorno di scuola e lui ha risposto che di quel giorno si ricordava una porta con una maniglia rossa, ed è stato meraviglioso per lui e gli altri bambini che condividevano lo stesso ricordo.

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I tuoi genitori sono stati due artisti importanti della scena teatrale neozelandese, hanno fondato un gruppo itinerante mettendo in scena moltissimi spettacoli. Viaggiavi con loro? Hai ricordi legati al mondo del teatro, alla messa in scena degli spettacoli?
I miei genitori hanno fondato una compagnia e si sono occupati soprattutto di portare Shakespeare in giro per il paese. Ho ricordi tristi però perché non ci portavano mai con loro e restavamo a casa con degli estranei. Ricordo tra l’altro che io e mia sorella eravamo sempre vestite con tute rosse da sci perché la nostra madrina che si occupava di noi era terrorizzata che ci facessimo male e ci imbottiva. Avevo due genitori che amavano il teatro, mia mamma era bravissima e aveva una sorta di profumo esotico che faceva sì che la gente si focalizzasse su di lei, poi mi ricordo i miei genitori che parlavano di teatro come se fossimo in chiesa. Ricordo mio padre che provava con gli attori, mi piaceva andare alle prove; spesso ero in prima fila anche perché c’erano degli attori molto belli. Di mio padre ricordo la dolcezza e la gentilezza.

È il festival di Cannes che ti scopre. Pierre Rissient, che è venuto a mancare l’anno scorso, seleziona i tuoi corti per Un Certain Regard. Nel 1986, il tuo primo corto Peel vince la Palma d’oro. Com’è stato andare a Cannes così giovane e senza esperienza?

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Avevo finito la scuola. È incredibile: quando qualcuno ti aiuta è come entrare in una sorta di favola. Ho ricevuto la telefonata di Pierre alle sette del mattino, mi ha parlato della possibilità di vedere i miei corti; mi disse che potevamo mettere su un programma per Cannes insieme ad altri lavori. È stato lui a spingermi sulla scena internazionale.
Peel è stato il corto che mi ha insegnato come fare cinema, è stato il mio maestro. È un film di sette minuti, nove con i crediti, e lo giravo nei fine settimana quando non avevo scuola. Sono sempre stata affascinata da chi ha i capelli rossi, e Peel era la storia di una sorella e di un fratello con i capelli rossi. I due però nella realtà litigavano sempre e poco prima delle riprese il fratello aveva gettato la televisione della sorella fuori dalla finestra. Erano personaggi curiosi, erano sempre di cattivo umore e a un certo punto ho dovuto anche trattarli molto educatamente per girare. Dopo qualche settimana ero talmente stressata che mi è venuta la bronchite – soffrivo d’asma; alla fine sono finita in pronto soccorso e per un film di sette minuti! Questa è stata la mia Apocalisse e non era la fine! Ho poi dedicato parecchio tempo al montaggio; gli insegnanti mi dicevano che non c’era nulla di buono. Ho pianto e poi mi sono detta che magari c’era qualcosa del film che potevo salvare. Mi sono iscritta a una scuola serale, che iniziava alle tre del pomeriggio e finiva alle cinque del mattino, e qui sono stati gli studenti più grandi a insegnarmi. Ho dovuto fare da sola il montaggio e lì ho imparato: il film era girato per strada, c’erano macchine che passavano velocemente e ho capito che potevo tagliare e spostare la macchina da presa altrove per creare dinamicità. Quando gli insegnanti l’hanno visto hanno detto che era irriconoscibile e ho capito che bisogna aiutare gli altri a vedere le cose, devi cioè chiarire per poter permettere agli altri di vedere. Quando Peel era finito ho avuto anche tanta paura e ho pensato che questo non poteva essere il mio lavoro se per un corto di sette minuti finivo in ospedale.

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Tre anni dopo torni a Cannes con Sweetie.
Prima di chiamarsi Sweetie, il film si chiamava Dot, dot, dot die. Mi avevano detto che dopo il successo del primo corto avrei potuto fare qualsiasi cosa, che mi avrebbero dato i soldi, poi hanno letto quello che avevo scritto e hanno detto: “Ma anche no!” Mi sono dedicata alla raccolta di denaro, alla fine sono stati dei malfattori ad aiutarmi, e questo mi ha fatto capire che le cose non vanno sempre come si crede. Il mio incontro con loro è stato interrotto più volte da gente che andava e veniva per cambiare il mobilio dell’ufficio nel quale ci trovavamo. Mi hanno anche chiesto quali mobili avrei scelto, e mentre provavano le sedie, uno di loro viene verso di me e mi dice: “Ok il tuo film lo facciamo”, e io sono rimasta basita. Ho chiesto se almeno avessero letto la sceneggiatura e loro mi hanno risposto che non gli interessava! Ho avuto la sensazione che volessero vedere la sorpresa nei miei occhi. Tra l’altro questi tipi volevano vendere a Hollywood il film per un remake e c’è stato un momento brutto quando finalmente l’hanno visto: se ne stavano seduti in fondo, preoccupati e con le luci accese, a bere champagne. Pensavo che a Cannes il film venisse apprezzato e invece non è stato accolto bene, ero disperata.

Hai fatto la scuola d’arte a Londra. Quando hai avvertito i limiti della pittura e hai iniziato a fare cinema? Ed è vero che facevi dei piccoli dipinti animati?
La pittura è stata il mio primo amore, ho sognato di andare a scuola per studiare arte, alla fine all’università ho scelto antropologia. L’antropologia ti permette di essere curioso perché studia la vita delle persone e mi piaceva tanto il rispetto del pensiero in generale, cioè per l’antropologo non c’è la superiorità di una cultura su un’altra; tra l’altro in quel periodo leggevo Lévi-Strauss e mi interessava il concetto di penetrare il significato delle culture attraverso i miti. Sono abbastanza nota per essere una persona un po’ ficcanaso, in alcune situazioni mi sono trovata in difficoltà perché in genere mi fisso sulle persone, ma sono solo interessata; spesso gli amici mi dicono di smetterle di fissarli – in un certo senso l’antropologia ti dà il permesso di fissare. Poi mi sono laureata e mi sono resa conto che non mi interessava il mondo dell’accademia, volevo più connessioni con le persone. Sono andata a Perugia a studiare italiano, a Venezia dove ho studiato arte e poi mi sono trasferita a Londra, ho fatto un corso d’arte a Chelsea e il College of Arts a Sydney. Quello che riguardava la composizione visiva mi è piaciuto tantissimo, però ho abbandonato la pittura perché mi sono resa conto di essere più innamorata del cinema. A Sydney non avevo tanti amici e andavo spesso a vedere film. Alla scuola d’arte ho fatto un piccolo film d’animazione per il festival dove due orsetti si svestono e fanno l’amore… un’altra tragedia! Però non ho mollato: ho fatto un altro film con degli amici, Tissues, utilizzando tra l’altro uno di quei manuali su come fare cinema. Allora avevo 25 anni e non avevo un ragazzo, ho pianto ovviamente, però allo stesso tempo ho sentito una forte libertà e mi sono detta: “Posso davvero fare quello che mi piace” ; ho dato il 150% di quello che potevo dare, riuscivo a lavorare anche diciotto ore al giorno. Avevo paura di diventare una cineasta perché per me chi fa cinema è un genio e io non mi sento tale, a scuola non ero la prima della classe. Però quando avevo undici, tredici anni ho fatto un esperimento: studiare in tutte le ore libere; la motivazione non era incredibile: non volevo finire tra i peggiori. Ed è stato entusiasmante perché mi sono resa conto che se ci metti tanto impegno, ce la puoi fare.

Nel corso della tua carriera hai regalato ruoli indimenticabili ai tuoi attori: Holly Hunter, Kate Winslet, Valentina Cervi, Harvey Keitel, Mark Ruffalo. Tutti interpretano personaggi complessi, ai margini e alla ricerca di loro stessi. Quanta libertà dai agli attori nella creazione dei personaggi?

Il rapporto tra attore e regista è affascinante, perché dura per la vita. Voglio che gli attori collaborino per cercare di trovare quel feeling, e per trovare insieme il personaggio. È anche un gioco di improvvisazione, a volte non si segue la sceneggiatura: parti con quello che trovi nella stanza e spesso l’attore ha paura perché non sa come agire. Quello che deve fare il regista è avere fiducia, avere davvero fede che l’attore entri nel personaggio. L’attore lo sente da dentro, tu in quanto regista da fuori perché sei in un certo senso il suo specchio.

Nel momento della scrittura pensi per immagini o cerchi di creare una struttura molto forte? C’è qualche progetto che ti ha spaventato adattare?
Tutti i progetti mi preoccupano parecchio. Quando ne inizio uno nuovo in me c’è una sorta di batterio che sviluppa un’energia interna alla quale sento di reagire. Chi mi conosce dice che io mi attivo quando le cose iniziano a farsi divertenti. È vero, mi piacciono la letteratura e la poesia ma mi piace molto divertirmi e ridere. Non voglio esagerare con il senso del dovere perché voglio che questo processo attenda che io sia pronta. In generale mi interessa raccontare sia gli uomini che le donne. Quando ho iniziato a fare cinema erano pochissime le storie sulle donne e in qualità di donna mi sono sentita quasi in dovere di rappresentare personaggi femminili. Per quanto riguarda la possibilità di interpretare una donna da parte di un uomo, questa cosa mi interessa tanto perché secondo me richiede una fortissima sensibilità. Tra l’altro le mie prime parole da bambina sono state “me too”, anche se avevano un diverso significato: volevano dire “voglio esserci anch’io, voglio essere inclusa”, non il Me Too che ci riporta a Weinstein. Spero che questa volta siano le donne a manipolare la situazione per il meglio, anche perché è una causa così corretta che si deve muovere nella giusta direzione. È stato come la fine dell’apartheid o la caduta del Muro di Berlino, la stessa cosa deve accadere per questa causa. Non è più possibile che nel mondo del cinema, e vale anche negli altri ambiti, i registi siano più importanti perché uomini e non perché sono bravi registi.

Il tuo bagaglio culturale è quello della Nuova Zelanda, qual è il tuo rapporto con questa cultura?
Per chi è stato in Nuova Zelanda sa che la natura è ovunque. Mio padre ha lavorato tanto in teatro con i Maori, e loro lo hanno apprezzato molto. Quando ho girato Lezioni di piano ho coinvolto degli attori Maori. La loro popolazione era stata colonizzata e l’idea della loro integrazione non includeva i valori della loro cultura. Durante il Rinascimento poi le cose sono cambiate. Amo i Maori, sono vicina al loro spirito, hanno una forte voglia di celebrare. E poi a loro piace tanto l’arte. A questo punto voglio insegnarvi qualcosa.

Jane Campion si alza, prende Alba Rohrwacher e parlando in italiano ci dice: Alzatevi in piedi prendete per mano la persona accanto a voi, guardatevi negli occhi, toccatevi la fronte e respirate sentendo il respiro dell’altro. Questo si chiama Hongi, ed è il saluto tradizionale Maori.