Criminal Justice. THE NIGHT OF e dintorni

L’inglese Peter Moffat, ex barrister (avvocato di Corte superiore) divenuto autore di fiction, nel 2008 decide di scrivere una serie TV che guardi alle storture, agli intrighi, alle ambivalenze della macchina della giustizia britannica. Rispetto a quanto fatto con North Square nel 2000, e come farà nel successivo Silk (2011), incentrate propriamente sull’ambiente avvocatesco e i suoi retroscena, stavolta Moffet decide di raccontare una storia che si dipana attraverso gli occhi ignari del giovane Ben Coulter, la cui unica colpa è quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Criminal Justice, mini-serie di cinque episodi targata BBC, viene mandata in onda in cinque serate consecutive ed è un successo di pubblico e critica, tanto che ne viene prodotta una seconda stagione (con storie e personaggi differenti) l’anno seguente. La HBO si interessa al progetto nel 2012, coinvolgendo nella riscrittura lo sceneggiatore premio Oscar Steven Zaillian (in veste anche di co-regista) e lo scrittore Richard Price, e lo storico interprete de I Soprano James Gandolfini, appassionatosi tanto all’idea, che dopo la sua improvvisa morte nel giugno 2013, i due autori fanno di tutto per portare avanti la produzione, trovando infine in John Turturro (amico di Gandolfini, che aveva diretto nel suo Romance & Cigarettes) un degno erede dell’attore prematuramente scomparso. Ed è così che The Night Of, remake statunitense della prima stagione di Criminal Justice, prende forma, nei suoi otto episodi, staccandosi sotto alcuni aspetti dall’originale: seppure entrambe le serie si muovano sul terreno dello stesso plot, e molti dialoghi rimangano fedeli al millimetro, ci sono infatti alcuni importanti punti di distacco tra le due versioni.

the-night-of-hbo-reviewLoro daranno la loro versione e noi daremo la nostra, la Giuria dovrà decidere quale preferisce. Ma la buona notizia è: noi dovremo ascoltare la loro storia, prima di raccontare la nostra, quindi teniamo la bocca chiusa finché non sapremo cosa diranno”, perché “la verità può andare all’inferno” – rimodulato nella diversa sfumatura di “non posso farmi bloccare dalla verità. Devo essere flessibile” della versione americana –. Questo il fondamentale insegnamento dell’avvocato John Stone al suo sfortunato cliente e punto nevralgico della storia nata dalla penna di Moffat: la macchina della giustizia è come uno schiacciasassi che, se ti risucchia per errore può farti così male da renderti irriconoscibile. A questo risultato le due serie arrivano e ribattono da traiettorie e strategie narrative differenti. E riveste un’importanza fondamentale nella tessitura globale della storia il fatto che sia proprio il protagonista-vittima della vicenda a cambiare nome tra originale e remake: Ben Coulter diventa infatti Nasir ‘Naz’ Khan, studente di origine pakistana, e qui le implicazioni etniche, e politiche, sono subito evidenti e dichiarate. Se in Criminal Justice, infatti, la questione politico-razziale entra in campo (ma marginalmente) perché la vittima è di colore, qui la tensione dei pregiudizi si rovescia, andando a toccare e scardinare le tematiche etiche post 9/11, e trovando anche lo spazio per mostrare un occhio (quello delle telecamere disseminate nella città) che costantemente osserva e controlla. Le storie di Ben ben3e Naz viaggiano su binari paralleli, che spesso si sovrappongono, occupando però spazi emotivi distanti: Naz ci racconta una storia di rabbia e violenza sotto una superficie pacificata, e l’irresolutezza, anche anti-empatica se vogliamo, di un personaggio dalle forti ambivalenze etiche che però nonostante le sue colpe – le “bad sins” del tatuaggio fatto in carcere – merita di essere salvato (un po’ come il popolo americano?). Dal canto suo, Ben rappresenta la fragilità disarmante di chi si ritrova totalmente manipolato da una realtà sconosciuta e disorientante. Una fragilità che viene da subito rappresentata con una forte connotazione empatizzante verso lo spettatore: in Criminal Justice Ben è protagonista assoluto dello sguardo, e attraverso i suoi occhi veniamo inghiottiti in un vortice che ne fa a brandelli lo status identitario, con una freddezza quasi meccanica rievocata dalla monocromia dell’ambiente carcerario, sorta di limbo evanescente e alienante. Anche i movimenti di macchina, così ravvicinati ed emotivi, riescono nello scopo di rendere partecipe lo spettatore alla discesa negli inferi del personaggio interpretato con intensità da Ben Whishaw, che avvolge di densa vulnerabilità tutto il proprio esile corpo.

Compiendo un balzo che frantuma in più parti il punto di vista della vicenda, The Night Of, invece, si sofferma di più anche turturrosui comprimari della storia, dandone una più netta (e in alcuni casi caricaturale) connotazione, dal pittoresco pubblico ministero di Jeannie Berlin al detective Box. Ad emergere su tutti, il personaggio di John Stone, che in The Night Of acquista l’importanza di co-protagonista, e da semplice figura bozzettistica diventa cuore pulsante e omaggio attoriale, nonché decisiva chiave empatica, della serie. Ed è così che nello Stone di Turturro emerge una tenera poetica della solitudine che si stacca dallo schermo con un lirismo di rara bellezza, dando un’anima, e un senso, a una serie che altrimenti difficilmente si sarebbe staccata dall’anonimato o dalla copia conforme dell’originale britannico.