Dancing on the edge of a Volcano, di Cyril Aris

Un canto di speranza in un paese dove veglia il funesto e il cinema come resilienza. Premio Amore e Psiche al MedFilm Festival 2023

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Dance on a Volcano” era un brano dei Genesis in cui al protagonista veniva affidato un compito difficile e la canzone invitava ad affrontare le avversità a testa alta. Cyril Aris traspone l’espressione di “ballare su un vulcano” mettendo in contrapposizione le avversità di un paese con quelle di una troupe cinematografica.

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Nell’agosto del 2020 nel porto di Beirut si verificò una enorme esplosione, dovuta all’improvviso stoccaggio di materiali altamente infiammabili. Il nitrato d’ammonio surriscaldato creò una deflagrazione simile ad una scossa sismica, e simile ad un terremoto fu anche l’effetto antropologico sulla popolazione. La morte di centinaia di cittadini, ma soprattutto la complicata vita dei sopravvissuti fanno da sfondo ad un film che a sua volta narra proprio la difficoltà di girare un’opera cinematografica in condizioni di assoluta emergenza. il gruppo che girava Costabrava si trovò infatti a dover combattere contro Covid e le conseguenze dell’esplosione.

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C’è una questione di finestre, di riflessi, di stanze senza muri, senza elettricità, dove la precarietà regna sovrana nei territori isolati di Beirut. Le difficoltà della troupe si mescolano a quelle di un popolo che non smette mai di sorridere nonostante le calamità e le disgrazie del paese. Il sorriso dietro le mascherine degli operatori si interseca con la speranza del popolo iraniano di trovare la pace.

Cyril Aris fa una riflessione sull’arte e sulla sua utilità e al tempo stesso inutilità in un contesto che sia di guerra di pandemia. Utilità perché aiuta a sviluppare una resilienza che va oltre al fronteggiare le avversità e che si realizza pienamente nella individuazione dei fallimenti, delle avversità, degli imprevisti e delle esplosioni di un paese che trova la sua ragione di essere nella ricerca di un sorriso tra gli abitanti. Un making of affiancabile a Lost in La Mancha (2003) di Louis Pepe e Keith Fulton, che era incentrato sulla complicatissima, e a quel tempo bloccata, realizzazione de L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam. Ma il parallelismo termina qua, sulla registrazione delle difficoltà che possono accadere durante la produzione di un film. Ciò che caratterizza questo film è l’aspetto ironico e il desiderio di portare a termine il progetto a prescindere dalle difficoltà che si possono presentare.

Per la troupe c’è un lieto fine, per il Libano forse no, ci vuole ancora tempo.

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