Dove va il cinema italiano? “Menti Tempestose” a confronto

Si è tenuto oggi l’incontro tra i protagonisti dell’industria cinematografica italiana organizzato dall’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali), un evento che ha visto la partecipazione di alcuni tra i principali esponenti del nostro cinema.
In occasione dell’appuntamento ‘Menti Tempestose’ abbiamo trovato l’acceso dibattito coordinato da Piera Detassis, giornalista e presidente della Fondazione Cinema per Roma, e Carlo Cresto-Dina, produttore, che ha visto confrontarsi sul campo delle nuove tematiche attuali Gianni Amelio, Elisa Amoruso, Guido Chiesa, Paolo Genovese, Claudio Giovannesi, Nicola Guaglianone, Francesca Marciano, Riccardo Milani, Matteo Rovere, Stefano Rulli e Angelo Barbagallo, Marta Donzelli, Mario Gianani, Nicola Giuliano, Federica Lucisano, Olivia Musini, Emanuele Nespeca, Alessandro Usai.

Un vivido coming out che ha aperto i protagonisti a libere dichiarazioni nell’ambito di una progressiva necessità richiesta dalle dinamiche di un’industria dal decollo travagliato e che, sovente, nel campo autoriale, può vantare poche varie eccezioni in un contesto che appare trappola di logiche non del tutto comprese dagli stessi fautori del mezzo cinematografico.
Un botta e risposta coadiuvato da intrinseca passione ci ha esposto le varie dinamiche oggetto del confronto, maggiormente dichiarate a porre una luce intellettuale nel prendere atto circa le trasformazioni di un mezzo veicolato, nella contemporaneità, ad un passaggio fortemente ancorato alle piattaforme streaming, con conseguente perdita di un’esperienza visiva che, fino a pochi anni fa, era ad appannaggio delle sale cinematografiche, ora simbolo di una nostalgia nelle sembianze del mutamento inevitabile. Ma davvero questa ‘trasformazione’ circa l’usufruire del cinema è inarrestabile? La stessa Netflix, ormai principale distributore streaming, ha dichiarato: “Io capisco perchè devo prendere un treno alle otto, capisco perchè devono iniziare il lavoro alle otto, ma perchè devo vedere un film alle otto?”. Un’esplicita provocazione che non sfugge ai pensieri esposti nel dibattito corrente in sala: una nuova cultura, di approccio prettamente giovanile, starebbe eliminando il fattore predominante che da sempre ha caratterizzato le sale cinematografiche. Parliamo della ‘condivisione’, un elemento che fin dalla nascita della settima arte è stato principale carattere che permeava un film, percepito come esperienza di una collettività. Un dettaglio sempre più lontano dalle nuove generazioni, improntate ad un utilizzo singolo e personale. Eppure, è solo e davvero questa la causa della crisi in atto?
Nicola Guaglianone, sceneggiatore di una delle pellicole più apprezzate dello scorso anno, Indivisibili, esprime la sua idea: “C’è bisogno di far rinascere il desiderio nel pubblico, allontanando lo stuolo di commediole copia&incolla che avvicina una massa ormai quasi ‘diseducata’ al cinema. Un tempo le sale erano piene, ora vi è anche un problema di distribuzione. Su una grande quantità di film prodotti pochi vengono distribuiti, c’è un problema nel sistema che per paura di un incasso perdente genera una guaglianoneserie di pellicole fotocopia di un successo precedente e questo ci ha impoveriti. Manca un investimento creativo da parte dei produttori che mancano di coraggio, come nel caso del Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, costretto ad autoprodursi il film“.

Vi è l’urgenza di un piano distributivo che ampli la propria la coscienza nei confronti di prodotti qualitativamente alti: pellicole come Fortunata di Sergio Castellitto, apprezzato a Cannes, hanno necessità di una presentazione al pubblico italiano migliorata nella sua tipologia, in modo da apporvi (in termini di incassi) un riscontro adeguato che non si limiti al panorama estero. Una svolta, questa, che sembra far tremare alcuni produttori: il cinema inizialmente mise in crisi il teatro ma cos’è accanto, ad esempio, alla serialità? Dobbiamo di nuovo ragionare sul ‘genere’, come nel caso di Mainetti ma anche di Perfetti Sconosciuti, un’analisi che miri a coinvolgere tutti, a ragionare su un immaginario diverso con uno stile che permetta di entrare in rapporto col pubblico. Oggi “le sale non sono niente” perchè vi è il bisogno di una nuova identità che coinvolga ancora il pubblico.

Una tematica che sottolinea anche Matteo Rovere: “C’è bisogno di sincerità nel confronto odierno. Se la sala sta diventando marginale il problema non è degli esercenti ma rovereculturalmente manca un terreno di comunicazione tra autori e giovani, troppo presi quest’ultimi dalla tecnologia. Nei progetti futuri il cinema è sempre meno presente, si va verso la serialità. E malgrado i problemi con l’industria io scelgo questa per cercare una difesa come autore, un ruolo che deve essere dirompente ma anche fastidioso, sicuramente difficile da gestire. Fare film che ci piacciono è un rischio ma dobbiamo essere la miccia che accende un nuovo cammino, con i problemi iniziali che ne conseguiranno“.
Il regista Paolo Genovese si accende di una vena controcorrente, riportando una citazione di Valerio Mastandrea: “La sala è come il vinile, non è l’unico modo per ascoltare musica ma è un mezzo privilegiato per me”. Giovannesi riporta una persistente relatività secondo cui il concetto di visibilità ha difficoltà ad essere Paolo-Genovese1quantificabile per mezzi e la differenza tra cinema d’autore e commerciale è una deleteria visione che deve essere superata.
Si pensa al pubblico perchè i film sono fatti per essi, il punto è analizzare come ciò avviene. Nel fornire ciò che si pronostica possa piacere si perde la possibilità di un’alternativa inedita che porti alla sperimentazione di un nuovo gusto, evolvendo il cinema stesso. Se l’autore deve inevitabilmente interrogarsi sul suo futuro pubblico è altresì innegabile la libertà che fa da capostipite alla creazione stessa. La collaborazione tra produttori e distributori è necessaria per una buona strategia di mercato in aiuto a prodotti di qualità e, con la partecipazione fondamentale degli autori, vi deve subentrare un collante, un’occasione di scambio, una sinergia che aiuti di conseguenza anche le sale.