Dreamin’ Wild, di Bill Pohlad

Dalla storia vera ispirata all’articolo del New York Times del giornalita Steven Kurutz, un film che sa mettersi totalmente al servizio della storia e la rende speciale e coinvolgente. Fuori Concorso

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Può succedere che un musicista venga scoperto con 30 anni di ritardo dal disco d’esordio. È quello che è accaduto a Donnie Emerson che con il fratello Joe si era autoprodotto un album nel 1979 intitolato appunto Dreamin’ Wild che non aveva avuto nessun successo. Nel 2008 un collezionista, Jack Fleischer, ha scoperto il disco in un negozio di antiquariato a Spokane, Washington. Attraverso il tam-tam soprattutto sul web, è avvenuta la sua riscoperta. Del caso si è occupato un giornalista del “New York Times”, Steven Kurutz, che ha scritto l’articolo Fruitland a cui il film si è ispirato.

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Dreamin’ Wild racconta in modo semplice ed efficace questa storia. Riparte dal presente con in evidenza il cartello con l’avviso del pignoramento del terreno della fattoria di famiglia. La famiglia Emerson si era infatti indebitata soprattutto quando ha provato a sostenere economicamente la carriera come solista di Donnie. La storia vera è essenziale per una rappresentazione intima di un sogno americano, dove le scene in famiglia però prevalgono sul palco. Le esibizioni delle canzoni hanno un’atmosfera familiare. Sembra di essere dentro uno dei documentari musicali di Jonathan Demme e il finale, con i veri Emerson che si esibiscono, mostra come un cinema lineare e appassionato come quello di Dreamin’ Wild sappia essere vero come la realtà. La regia di Bill Pohlad, al terzo film come dietro la macchina da presa ma noto soprattutto come produttore, per esempio, di Into the Wild. Nelle terre selvagge, The Tree of Life e 12 anni schiavo, non inventa nulla e sa mettersi completamente al servizio della storia.  Casey Affleck e Walton Goggins – ma anche i loro personaggi adolescenti interpretati benissimo da Noah Jupe e Jack Dylan Grazer (Fraser in We Are Who We Are) – sembrano usciti direttamente da un filmino familiare in 16 mm degli Emerson. Il film cattura la loro complicità ma anche la diversità, con Joe che si mette al servizio del talento di Donnie, è disposto a mettersi da parte ma viene mortificato perché non ingrana più alla batteria. Chi giganteggia però è Beau Bridges nei panni del padre. C’è un dialogo tra lui e Affleck seduti nel giardino di casa dove passano tutti i frammenti della loro vita. Forse qualche flashback è un po’ insistito. Ma le accecanti luci della ribalta che ritornano dal passato sono un omaggio a questa storia familiare che racconta senza enfasi la possibilità di una seconda occasione. Potrebbe uscire dal cinema statunitense inizio anni ’90. Una specie di Irwin Winkler che racconta una storia musicale invece che il maccartismo in Indiziato di reato. Dreamin’ Wild è l’esempio di quel cinema analogico di cui spesso si sente la mancanza dove anche i ruoli secondari diventano decisivi come il personaggio della moglie di Donnie interpretato da Zooey Deschanel. La scena in cui replica e insegue il marito dopo che ha offeso il fratello è l’esempo di come poter dimostrare la propria bravura anche solo con una scena.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
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