We Are Who We Are, di Luca Guadagnino

Ambiziosa e epocale la serie prodotta da HBO, divisa in 8 episodi e scritta insieme a Paolo Giordano e Francesca Manieri, la più bella serie tv dell’anno. Probabilmente qualcosa di più

“Allora come ti devo chiamare?” Guadagnino riparte da qui. Come in un piccolo manifesto programmatico, la prima puntata di We Are Who We Are si chiude con una battuta che rimanda al suo film più celebrato, quello che a distanza di quattro anni è già assurto all’aura di classico. Del resto questa serie televisiva prodotta da HBO, divisa in 8 episodi e scritta insieme a Paolo Giordano e Francesca Manieri, è l’espansione narrativa e teorica di Chiamani col tuo nome (a livello internazionale il film italiano più importante dai tempi di Ultimo tango a Parigi scrivevamo quasi tre anni fa. Confermiamo!). Un coming of age raddoppiato e speculare, come manifestano le prime due puntate a specchio, con gli stessi eventi visti e attraversati dai due giovani protagonisti Fraser (Jack Dylan Grazer) e Caitlin (Jordan Kristine Seamòn), altri due adolescenti americani in terra straniera, sempre l’Italia, a scoprire come essere quello che sono. E le puntate sono scandite da una semplice progressione numerica, come se si trattasse dei capitoli di un libro…di un’educazione sentimentale appunto. Qui il racconto di formazione, sospeso tra la caserma americana di Chioggia e i paesaggi del Triveneto, è raccontato e filmato con approccio fenomenologico, lirico. Contano i gesti, le azioni, i movimenti dei personaggi. A volte le parole. Spesso la musica che riverbera dagli auricolari.

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Guadagnino si imbatte in un progetto ambiziosissimo, magnificamente oversize sia da un punto di vista concettuale sia produttivo. Ricostruisce nei minimi dettagli un’intera base militare USA nella provincia di Padova. Mette la sua firma pop accanto al titolo come fosse una serigrafia warholiana. Ma soprattutto guarda a una televisione autoriale destrutturata ed espansa come ancora si faceva un tempo. Per certi versi We Are Who We Are è il suo Tout le garçons et le filles de leur age (la serie francese a episodi diretta nei primi anni ’90 da Claire Denis, Olivier Assayas, André Téchiné, Chantal Akerman, Cédric Kahn) o la versione fluida e personale di Heimat. E non a caso è un progetto che mette in crisi e riscrive non soltanto l’adolescenza dei corpi, ma anche il concetto di patria, nazione, famiglia, con le elezioni che porteranno alla presidenza di Donald Trump sullo sfondo.

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A ogni modo il grande regista italiano ancora una volta si muove in un territorio espressivo tutto suo, che fonde la poetica personale con un immaginario culturale brandizzato e intertestuale, in cui le canzoni, i poster, gli oggetti e i lettering di didascalie e titoli di coda sono materia viva tanto quanto i sentimenti dei personaggi e le loro storie. I reiterati freezer frame più che fermare il tempo, sembrano ripensarlo nel qui e ora. Come fossero un contrappunto pittorico/astratto alla dimensione emotiva, o le istantanee di un booklet musicale, diari fotografici di una playlist che mette insieme l’amato John Adams, Klaus Nomi, Kanye West, Blood Orange, Prince e molti altri.

In nome della trasformabilità espressiva del linguaggio cinematografico e della dispersione dell’identità (sessuale, politica, religiosa, etnica, persino genitoriale) il regista plasma un memorabile manifesto transgender, ideale continuazione dei suoi film precedenti e trasfigurazione estetizzata della contemporaneità liquida, dei luoghi/non luoghi del nostro tempo. Si permette di smarginare i contorni sensoriali dell’immagine e degli itinerari geografici, fino ad arrivare al siderale IV episodio, forse il punto di svolta della serie, dove un matrimonio tra ragazzi si trasforma in festa sabbatica sulle note degli amati Rolling Stones (qui c’è Wild Horses, improvviso link alla soundtrack e al balletto jaggeriano di Ralph Fiennes in A Bigger Splash) e di Emilia Paranoica dei CCCP (accelerazione elettro-dance alla Suspiria). Insomma facciamola breve: il cineasta italiano più “arrogante”, libero e talentuoso ha fatto la più bella serie tv dell’anno. Probabilmente qualcosa in più. We Are Who We Are è di un altro pianeta.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.56 (9 voti)
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