En guerre: colui che non lotta ha già perso

Il 17 novembre, il primo sabato di una furiosa mobilitazione, fatta di manifestazioni e posti di blocco disseminati a macchia di leopardo in tutto il territorio francese, le immagini della lunga marcia dei gilets jaunes, nata dal basso, grazie alla rete, hanno iniziato ad impadronirsi degli schermi dei social e dei canali d’informazione. Un esercito incredibilmente eterogeneo, formato da piccoloborghesi impoveriti, operai, pensionati, studenti, disoccupati, contadini, tutti per lo più di casa nelle zone rurali e periurbane della Francia, è sceso in piazza, urlando tutta la sua rabbia, inizialmente diretta contro l’aumento delle imposte sul carburante e contro le politiche anti-sociali del governo francese e poi diventata un tentativo di mettere a ferro e fuoco un intero sistema fondato sul principio della diseguaglianza.

en guerreSolo due giorni prima, il 15 novembre, su altri schermi, quelli delle sale cinematografiche italiane, avevano fatto la loro comparsa le immagini della storia di un’altra guerra. In En guerre, di Stéphane Brizé, il racconto del tentativo di resistenza della classe operaia è il movimento che oppone alla logica senza cuore del capitale la rivendicazione del diritto al lavoro, intesa come gesto di affermazione non solo della propria appartenenza, ma anche e soprattutto della propria presenza nel mondo. Per il protagonista, Laurent Amédéo, interpretato da Vincent Lindon, il lavoro non si riduce solo alle cifre di cui è fatto lo stipendio. Piuttosto, il lavoro è una questione di vita o di morte. Una questione che non può essere semplicemente tradotta nei numeri dettati dalla legge dei mercati, perché, in un discorso più volte intrapreso anche dal cinema dei fratelli Dardenne, per la working class di cui Laurent Amédéo si fa non solo portavoce, ma anche corpo, tra il nulla e la vita c’è di mezzo il lavoro.

Come di fronte allo scontro raccontato da Brizé, uno scontro che oppone quei valori che ci rendono umani alla desolazione disumanizzante della logica del capitale, non sorge, neanche per un attimo, il dubbio su quale parte doversi schierare, allo stesso modo, di fronte alla sommossa popolare che sta infiammando di giallo gli occhi della Francia e del mondo intero, con il suo rifiuto di un’idea perversa di politica che ha lasciato al mercato la libertà di diventare il tema narrativo dominante della società, è più En-Guerreche chiaro quale sia il nemico da dover combattere. Ma le immagini in rivolta degli operai di En guerre in sciopero contro la delocalizzazione della loro fabbrica e quelle della protesta dei gilets jaunes per una nuova giustizia sociale parlano un linguaggio completamente opposto. Narrano storie tra loro profondamente diverse.

Il film di Brizé è tutto costruito a partire dal corpo, un corpo, quello di Laurent Amédéo/Vincent Lindon, certo, ma anche quello di classe, sempre più soffocato, solo e fragile, ma non per questo meno appassionato o potente che, rivendica senza mezzi termini la sua centralità, lambendo i territori di un discorso che parla, forse, anche del cinema stesso e del suo tentativo di resistenza di fronte al movimento centrifugo messo in atto dalla proliferazione degli schermi. In En guerre, la riappropriazione del corpo, l’affermazione fino alle estreme conseguenze della sua realtà, diventa l’ultima arma possibile da puntare contro il mondo. È questo l’atto di ribellione compiuto da protagonista, opporre l’esercizio estremo della propria presenza ad un progetto che, giocando invece sulla dispersione dell’identità e la frantumazione dell’unità, nasconde proprio nella promessa di un paesaggio liberatorio il suo disegno di annientamento.

En-GuerreNella protesta acefala dei gilets jaunes, che da destra a sinistra si cerca di cavalcare continuando a venir disarcionati, quella dell’identità del corpo, del suo desiderio di affermazione, appare sempre di più, al contrario del film di Brizé, come l’immagine da dover portare sul ciglio della sua sparizione. Alla necessità di una rottura che si faccia riappropriazione del corpo, individuale e sociale, si sostituisce l’idea di un’identità mobile, fondata sull’azione diretta. Nei suoi connotati disordinati, come le immagini degli scontri nelle strade della Francia o la lista delle rivendicazioni stilata sul disegno di un gilet giallo, la massa informe dei gilets jaunes si scaglia contro ogni principio di classe cercando, nel secco rifiuto di farsi corpo sociale da strumentalizzare, di trovare una traiettoria capace di svuotare di senso le categorie disegnate da un mondo governato dal capitale. L’aspirazione della folla senza volto né appartenenza delle piazze francesi tradite dalla politica è quella di mandare in frantumi lo status quo grazie allo scardinamento della fissità del corpo e alla creazione di un nuovo insieme capace, quasi fosse un’immagine digitale, di farsi non lineare.

Come ha detto Bernie Sanders, anomalia autoproclamatasi socialista in un posto dove il socialismo è un’eresia, “in un paese che ha enormi disuguaglianze sul reddito e di ricchezza, l’unico modo per ottenere un cambiamento è che milioni di persone si alzino in piedi e lo chiedano”. In uno slittamento concettuale di non poco conto, il metro di misura della rabbia delle strade francesi lastricate di giallo, ma non solo, non è più, come un tempo ormai lontano, basato sulla diseguaglianza di classe, ma sulla diseguaglianza di reddito. E, forse, in un mondo dove anche gli orizzonti aperti da Occupy Wall Street, così come il sogno di Bernie Sanders, sono stati vinti dal capitale, l’unica sopravvivenza possibile è davvero solo quella di una redistribuzione più equa, che scegliendo di mitigare gli effetti, senza però agire sulle cause, non immagina più una vera soluzione all’imperio del mercato.

chicago-teachersÈ questa l’idea di presente contro cui si scaglia Michael Moore in Fahrenheit 11/9. Al giallo dei gilet francesi e delle loro lotte antifiscali, antipolitiche e antisindacali, si oppone il rosso che gli insegnanti americani hanno fatto dilagare nelle strade a stelle e strisce, contrapponendo alle regole del sistema capitalista la compattezza inscalfibile del proprio corpo. È proprio a partire dalla necessità di ritrovare l’immagine di un corpo unito, capace di opporsi alla dispersione e alla frammentazione di classe, che Moore fa convergere la molteplicità dei linguaggi visivi parlati dal suo ultimo atto di rivolta. Perché, come mostra il protagonista di En guerre a quei compagni di sciopero che hanno deciso di far cadere le barricate tradendo il corpo in nome della realtà, una sopravvivenza che non s’interroga fino in fondo sulla sua dipendenza dal mercato e su come esso stia trasformando le relazioni umane in un gioco frammentato di numeri, fondato sull’interesse personale allo stesso modo dell’etica del nemico, è solo un’immagine vuota, destinata alla scomparsa, che non può e non deve essere mai abbastanza.