Feathers, di Omar El Zohairy

Un pugno allo stomaco dal primo all’ultimo fotogramma e riflette sull’assurdità del mondo in cui viviamo. Vincitore alla Semaine de la Critique al Festival di Cannes. Concorso

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La violentissima immagine di un uomo che brucia vivo apre Feathers, film del cineasta egiziano Omar El Zohairy vincitore a Cannes della Semaine de la Critique e ora in concorso al Torino Film Festival. Un pugno nello stomaco per lo spettatore. Un momento in cui si concentra, per qualche secondo, tutta la disumanità del mondo.

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Ed è proprio il disumano il centro attorno al quale ruota la vicenda rappresentata da El Zohairy, subissato dalle critiche in patria per aver tratteggiato l’Egitto come un inferno in terra. In realtà, la storia non ha un’ambientazione dichiarata, non sappiamo nulla della provenienza dei protagonisti né conosciamo i loro nomi. Li vediamo muoversi per le stanze di una casa diroccata, per le vie di una città fantasma le cui strade sono piene di rottami. Lo spettatore osserva quelle che, più che inquadrature, sembrano quadri realisti. In questi frame statici si muovono i componenti di una famiglia povera formata da padre, madre, due figli piccoli e uno neonato. Si tratta di un nucleo familiare dalle gerarchie ben definite: il padre ha il controllo assoluto su tutto e tutti ed esprime la sua autorità con la parola. Moglie e figli si limitano ad acconsentire ai suoi ordini e ad osservarlo passivamente mentre riempie la casa di mobili e vecchi oggetti.

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L’equilibrio immobile della famiglia sembra intoccabile, solo che un giorno accade l’assurdo: un mago, arrivato per festeggiare il compleanno di uno dei figli, trasforma il padre in una gallina. Da quel momento, è la madre a dover prendere le redini della famiglia e a cercare di riportare il marito a sembianze umane. La donna, però, si trova di fronte ad una società che non ha alcun’empatia nei confronti della sua situazione. Gli uomini che incontra sul suo cammino rappresentano il disumano, la perdita della comprensione reciproca. Così, il respiro della commedia nera di El Zohairy si fa più profondo. Ecco che la disumanità dei singoli uomini che si alternano sulla strada della donna è in realtà lo specchio di una dis-umanità del mondo (rappresentato dalla madre) che ha “perso” il contatto con le istituzioni o con ciò da cui si aspetta protezione (il padre-gallina). Ed è chiaro che, in questo disastro umano, i primi a pagare le conseguenze sono sempre i più deboli: i bambini.

Il disumano è tutt’altro che una concezione astratta. El Zohairy lo sa bene e decide di catturare questo sentimento con le inquadrature decisamente evocative del passaggio di oggetti o banconote rovinate di mano in mano. Quasi come se i rapporti umani si fossero reificati e ridotti ad un banale scambio di cose inanimate.

L’opera del regista egiziano è questo e tanto altro. La donna combatte una sanguinosa lotta per l’emancipazione e per ridare pace e serenità alla sua famiglia. Ma, il quadro culturale in cui si trova, statico come le inquadrature della pellicola, fa di tutto per impedirglielo. E qui c’è da chiedersi se, oltre alle già citate critiche culturali, non esistano anche delle critiche sociopolitiche trasversali. Da una parte, El Zohairy potrebbe puntare il dito verso l’universo medio-orientale, con le sue mille criticità e con un fragilissimo sistema delle istituzioni. Dall’altra, potrebbe esserci una velata critica all’occidente, presente solo per esportare il modello consumista “Burger-Coca Cola”, dopo aver lasciato in ginocchio certi paesi con una sciagurata politica interventista.

Al di là delle polemiche, rimane la grande forza cinematografica di un film che colpisce lo spettatore con un pugno nello stomaco dal primo all’ultimo fotogramma e che riflette sull’assurdità del mondo in cui viviamo.

 

Gran Premio alla 60° Semaine de la Critique al 74° Festival di Cannes

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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