Fight Club, di David Fincher

Una delle storie d’amore più strambe e romantiche del cinema inserita in una macchina ludica grottesca. Norton è ogni volta sorprendente e Bonham Carter è una creatura già burtoniana.

Il cinema come macchina ludica, come scatola delle meraviglie che contiene scomparti segreti, doppi fondi, sistemi di apertura speciali. E il regista come artista-artigiano che ne esibisce divertito i meccanismi costruendo davanti a noi un modello che replica, in serie. Da Seven in poi il marchio di fabbrica di Fincher è riconoscibilissimo, forse troppo, mai fine al compiacimento però, quanto piuttosto alla narrazione e ai personaggi resi chiaroscurali da una serie di scelte espressive che mettono in discussione la matrice stessa delle immagini. Dati, fatti o persone possono essere altro; la nostra percezione può essere distante dalla realtà, se mai ne esiste una soltanto, o può essere condizionata da inserti millesimali invisibili agli occhi.

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Come John Doe, il protagonista (Edward Norton) è un uomo qualunque con un impiego modesto e uno stile di vita conforme ai nomi degli oggetti del catalogo Ikea – “una volta leggevamo pornografia, ora siamo passati ad arredomania”. Un’identità neutra la sua, e potenzialmente multipla, come i vari Rupert, Lenny o Travis con cui si presenta ai gruppi d’ascolto delle malattie più disparate per tentare di curarsi l’insonnia latente. La fisicità di Norton è perfetta per il ruolo, ancor più se posta a confronto con l’ideale di bellezza scolpita che Pitt porta sullo schermo con grande sicurezza, una proiezione dei nostri desideri e istinti più profondi e anche più perversi. D’altro canto Norton è sorprendente nella capacità di cambiare ogni volta adattandosi al personaggio: l’anno precedente aveva interpretato il muscoloso naziskin Vinyard, altro esempio in quel caso tragico di una generazione. Che lì istigava alla violenza, qui ne fa lo strumento grottesco d’azione – la vendetta del protagonista contro il suo capo a colpi di pugni ed estorsioni.

Fincher intercetta il potenziale del romanzo di Palahniuk che alla sua uscita non ebbe molto successo ed elabora con l’aiuto dello sceneggiatore Jim Uhls quello che per molti sarà un fenomeno – ecco lo sguardo sempre umano, e di fatto poco mentale, di un autore che sente il presente (anche quando guarda indietro). Perché a essere messa in scena è un’utopia, una rivoluzione dal basso sostenuta da una rete sociale di insospettabili (persino gli agenti di polizia) che vuole ridestare le coscienze, buttare giù le fondamenta del consumismo e ripartire da zero. Ma prima di colpire i grandi centri del potere la trasformazione deve passare dal corpo che viene contuso, dissanguato, svestito, segnato, fino a decomporsi quasi e a coincidere con le macerie degli edifici che i due innamorati – Bonham Carter è una creatura già burtoniana – guardano dall’alto di un grattacielo tra esplosioni che potrebbero essere fuochi d’artificio e il pezzo dei Pixies che incornicia una delle storie d’amore più strambe e romantiche del cinema. È in momenti come questo che la forma illusoria e ingannevole dei film di Fincher viene sostanziata e si riconosce una sensibilità moderna di cui ci sentiamo veramente partecipi.

Titolo originale: id.
Regia: David Fincher
Interpreti: Edward Norton, Brad Pitt, Helena Bonham Carter, Meat Loaf, Jared Leto, Ezra Buzzington
Durata: 139’
Origine: USA, 1999
Genere: drammatico, thriller, grottesco

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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