Mank, di David Fincher

Dal 4 dicembre su Netflix, il biopic sullo sceneggiatore di Quarto Potere forza la previsione algoritmica del nostro immaginario aprendosi a una complessità interpretativa di rara potenza e bellezza

In Citizen Kane abbiamo un film dove le voci contano quanto le parole, una sceneggiatura che lascia parlare tutti i personaggi contemporaneamente come gli strumenti di una partitura, con frasi incompiute come nella vita reale. […] Grazie a questa concezione quasi musicale del dialogo, Citizen Kane “respira” diversamente dalla maggior parte dei film“.

 

François Truffaut

Ripartiamo, come spesso ci accade, da una frase di Truffaut. Sì, perché l’ultimo film di David Fincher scala le vette più alte e rarefatte della storia del cinema – la ricostruzione del processo di scrittura di Quarto potere come reliquia sacra da maneggiare con estrema cura – e nel contempo diventa l’opera forse più lucida per comprendere le nuove dinamiche distributive delle piattaforme streaming. È un film che eredita tutta l’ambizione autoriflessiva della New Hollywood di Coppola – la polarità Mankiewicz-Welles come l’eterno ritorno della contradditoria dicotomia scrittura-immagine – e nel contempo diventa l’intimo e commovente omaggio di un figlio regista verso un padre sceneggiatore (lo script è firmato dal solo Jack Fincher che scrisse la prima stesura addirittura negli anni ‘90). Chiediamoci pertanto: Mank, nel 2020, riesce ancora a “respirare” diversamente dalla maggior parte degli altri film (qualsiasi cosa significhi oggi questa parola)?

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Dopo Roma, Marriage Story, The Irishman e Il processo ai Chicago 7, Mank è un nuovo tassello della sempre più scoperta politica di legittimazione culturale perseguita dalla piattaforma on demand più potente sul mercato. Una strategia culminata proprio con il restauro di The Other Side of the Wind di Welles, ossia con il costosissimo regalo fatto alla cinefilia di tutto il mondo come simbolico lasciapassare per il mercato del cinema di serie A. Da questo punto di vista la produzione di Mank è veramente il The Other Side of Netflix definitivo: un costoso film d’autore destinato ad assaltare (e finalmente sbancare?) la stagione dei premi istituzionali. La prima mezz’ora del film, non a caso, ci appare come il decisivo punto di ebollizione della retromania vintage che dilaga sulle piattaforme: le leggende della golden age hollywoodiana re-immaginate come mito di fondazione; l’effetto fotografico della pellicola e dei cambi-rullo riprodotto sui frame digitali; il maniacale lavoro sulla spazializzazione del suono analogico riproposto come archeologia dei dispositivi… insomma, ogni singola inquadratura di Mank tende a immergere lo spettatore in un’esperienza percettiva da grande schermo divenuta nel frattempo straniante proprio perché destinata ai piccoli display casalinghi.

Del resto David Fincher, il primo regista “scelto” dall’algoritmo di Netflix (nel lontano 2013 per dirigere House of Cards), non poteva che riflettere consapevolmente sull’estetica delle mappature immaginarie del passato come chiave privilegiata per interpretare la nuova cultura dello streaming. Sin dall’incipit, pertanto, le sovrimpressioni anticipano tempi, luoghi e marche enunciative del linguaggio classico hollywoodiano facendo entrare il processo di scrittura all’interno del film. Il biopic romanzato su Herman J. Mankiewicz alterna i “flashback” del 1930 nella writers room della Paramount e successivamente nella “grande famiglia” della Metro-Goldwyn-Mayer in preda alle turbolenze della crisi economica; ai “flashforward” del 1940 dove lo stesso sceneggiatore, ormai isolato ed esiliato da quel sistema, scrive il suo ultimo script in veste di ghost writer. Mankiewicz dovrà prestare la sua innata abilità di narratore all’esordio hollywoodiano del “golden boy” del teatro newyorkese, reso celebre dalle guerre dei mondi radiofoniche sulla CBS e ora messo sotto contratto dalla RKO ottenendo una libertà artistica che non ha precedenti. Orson Welles sta diventando la prima icona transmediale.

Un’icona che in Mank, non a caso, aleggia come pura idea fantasmatica: un Mr. Arkadin truccato e colto ai margini dell’inquadratura mentre progetta la sua utopica versione del conradiano Cuore di tenebra. Ecco allora: Fincher insegue Herman Mankiewicz come un novello Willard che risale il fiume oscuro della creazione sino ad arrivare a Welles-Kurz che lo attende consapevole di dover dare una forma (rivoluzionaria) a quel materiale incendiario. Citizen Kane sarà il frutto di quell’incontro: la sincera e sofferta esperienza di un uomo al capolinea della sua carriera riscritta da un ventiquattrenne visionario che respira già il cinema del futuro. Insomma, Fincher non può che sposare l’evidente simpatia di suo padre Jack per il protagonista e per le sue rivendicazioni di “sceneggiatore principale” di Quarto potere, ma nel contempo innerva il suo film di puri segni wellesiani che ridiscutano e mettano in potenza ogni traccia biografica. Perché a Fincher non interessa attestare di chi fu l’idea di fare un film sulle implicazioni del potere (probabilmente di Welles) e di scegliere poi William Randolph Hearst come grande alter ego immaginario (probabilmente di Mank). E non gli interessa nemmeno prendere una posizione netta sul dibattito culturale intorno alla paternità della sceneggiatura che ha coinvolto Pauline Kael con il saggio Raising Kane e Peter Bogdanovich con Il cinema secondo Orson Welles. Al regista di Seven importa piuttosto comprendere il portato contemporaneo di questa storia universale.

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La scrittura di Quarto potere, infatti, si nutre dei fantasmi della Grande Depressione e dei controversi ricordi della campagna elettorale per il governatore della California nel 1934. La macchina hollywoodiana della propaganda messa in piedi da Irving Thalberg e Louis B. Mayer si muove per delegittimare il democratico (“in realtà un socialista”) Upton Sinclair a favore del repubblicano Frank Merriam. W. R. Hearst è l’uomo nell’ombra: un burattinaio shakespeariano e tycoon dei media che accoglie nel suo castello Mank come arguto giullare dissacratore. Il drammaturgo idealista non può che essere assorbito da quel mondo al quale oppone solo l’arte della sua retorica incendiaria (e alcolica) facendo aleggiare le ombre più lugubri dei coevi totalitarismi novecenteschi: “se continui a dire cose false alla gente gridandole a lungo è probabile che ti credano”. Mank apre così abissali link sul panorama attuale della comunicazione politica, dai cinegiornali ai social, e sui sempre più sofisticati utilizzi dell’audiovisivo in chiave di fake news che orientino il consenso. Fincher coglie qui un salto di paradigma decisivo: l’America e per estensione l’Occidente come culla di una modernità sempre più mediatizzata che intercetta nel cinema e nei suoi diretti discendenti il campo di forze privilegiato per una guerra delle immagini virale: “puoi fare tutto se hai il potere di far credere che King Kong è alto dici piani o che Mary Pickford è vergine a 40 anni”.

Eccoci al punto: Herman Mankiewicz ha ormai la statura di un antieroe noir destinato alla solitudine. La sceneggiatura di Citizen Kane diventa così un bug del sistema che ragiona apertamente sul ruolo dei media nel XX secolo favorendo ogni scarto di senso che le epocali analisi di André Bazin ci avrebbero poi insegnato a riconoscere. Mank termina quindi come un film intimista su un uomo e le sue contraddizioni (sublime l’interpretazione di Gary Oldman all’apice della sua carriera), sui suoi amori duraturi e su quelli platonici (i ritratti della moglie Sara e della musa Marion Davies straordinariamente tratteggiati da Tuppence Middleton e Amanda Seyfried), sul suo successo come sceneggiatore e sulla sofferta consapevolezza di non poter riassumere la vita in un film: “non si può restituire l’intera vita di un uomo in due ore, ma solo provare a darne un’impressione”. Insomma, ciò che Truffaut intuiva sul portato rivoluzionario della scrittura frammentaria di Quarto potere diventa paradossalmente la firma più riconoscibile di David Fincher. Questo è un film intimamente fincheriano per come perde tutto il suo tempo a disegnare traiettorie narrative frammentate che miracolosamente diventano il fulcro di un’unica esperienza emotiva: Mank come primo John Doe/Zodiac/Mindhunter del cinema di Fincher, una mente diabolica che erige gli ambigui scenari di un The Game infinito. Ossia di ”un mondo dominato dallo spettacolo”, come profetizza lo stesso Hearst in modalità debordiana. Ma anche una mente libera(ta) da ogni schema che sfrutta il potere dello show business alludendo solo a verità intime – meraviglioso il dettaglio della donna misteriosa raccontata dal personaggio di Bernstein nel film di Welles che cela il ricordo più prezioso della vita di Mank. Una verità sentimentale che Fincher restituisce come pura epifania cinematografica.

Fermiamoci qui, ci sarà molto tempo per continuare a ragionare e scrivere su questo magnifico film che inaugura il nuovo decennio proprio come The Social Network ha fatto con il precedente. Nella sua cristallina confezione da biopic convenzionale Mank si apre pian piano a una polifonia di voci che forza la previsione algoritmica del nostro immaginario favorendo una complessità interpretativa (estetica, culturale, politica, intimista) di rara potenza e bellezza. La vera “Rosebud” di David Fincher diventa il cinema novecentesco attualizzato come vocabolario imprescindibile dell’odierna cultura visuale e come unica memoria condivisa che possa riflettere sulle nostre esistenze sempre più giocate su schermi e display.

Per tutti questi motivi e per molti altri ancora… sì, nel panorama dell’audiovisivo contemporaneo Mank “respira” diversamente rispetto alla maggior parte degli altri film.

 

Titolo originale: id.
Regia: David Fincher
Interpreti: Gary Oldman, Lily Collins, Amanda Seyfried, Charles Dance, Tom Burke. Arliss Howard, Joseph Cross, Sam Troughton, Tom Pelphrey, Toby Leonard Moore
Distribuzione: Netflix
Durata: 131′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.41 (32 voti)
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