#Venezia75 – Lo sapranno gli alberi? Su Yervant Gianikian e Orson Welles

Oggi ho venduto il mio giardino / lo sapranno gli alberi?, recita una poesia (ancora un’altra) di Abbas Kiarostami. E mi viene da pensare: lo sapranno quelle immagini, quei diari, i luoghi e le persone che immortalano, lo sapranno che Angela Ricci Lucchi non c’è più? La coscienza del repertorio, che è il tesoro di cui vanno alla ricerca Gianikian e Ricci Lucchi da sempre, potrebbe volere l’anima in cambio della scoperta, e quasi ti sembra che Yervant abbia rischiato di prendere fuoco, come racconta il diario di Angela, perché fatto di carta, bozzetto disegnato dalla propria compagna in mezzo a mille altre vignette tra le pagine dei quadernetti, tracce di un’avventura rimasta incastrata negli interstizi di un archivio privato.
Avevamo in testa l’idea di filmare tutto: ecco, Noi due cineasti è davvero un’opera di trasmigrazione tra le dimensioni, colta nell’istante stesso in cui l’attimo si fa memoria, e in quel preciso momento viene liberato come puro segno capace di vagare in attesa di essere ricatturato, ancora e ancora, tra le immagini disegnate e la pellicola, tra lo scatto e l’intreccio binario del video. Applicando l’abituale procedimento di catalogazione e vertigine della lista di un’intera filmografia al proprio footage di viaggi, incontri e vita di coppia (torna alla mente un bel Jonas Mekas di qualche anno fa, Sleepless Night Stories, non a caso ispirato alle Mille e una notte), Gianikian l’alchimista sul serio compone in laboratorio una sorta di pozione per un rituale, laico e terreno, per lo spirito di Angela Ricci Lucchi, ne ricongiunge la figura d’autrice alla stessa materia delle proprie opere, affidandola alla cura di quelle immagini, di quel flusso, di quei racconti, di quell’epica quotidiana e sospesa.
Atto d’amore struggente nella sua meravigliosa compostezza, materializzare il ricordo per farne dono, rinunciare a qualunque vincolo di appartenenza, esporre alla luce il fotogramma più raro di tutti (i’ll know her face a mile away…), senza protezione, vedere come muta quando viene proiettato su di uno schermo. Il portale potrebbe essere ancora aperto, l’incantesimo ancora in corso, quel desiderio della mano di toccare lo schermo anche solo per dare una carezza, e per ricevere quel bacio. Il segreto preziosissimo nascosto nella crittografia delle pagine scritte a mano da Angela.

E crittografo lo è sempre stato Orson Welles, o quantomeno in maniera sempre progressiva all’interno di una produzione notoriamente indirizzata verso l’espansione per accumulo e insieme continuo intervento e modifica dei testi, delle versioni. Il materiale di The other side of the wind sembra da questo punto di vista addirittura una sfida, un gioco con lo spettatore e con i malcapitati a cui è spettato il compito decennale di “chiuderlo” in un film: ci sarà da qualche parte un codice in grado di rivelare la direzione da seguire per orientarsi tra queste immagini?
E’ vero, come hanno notato in molti, questo progetto conferma in Welles un cineasta del futuro, un profeta delle forme e delle fruizioni, della truffa letale del punto di vista: quella sensazione esplosa da ultimo film lasciato come congegno programmato per esplodere ad anni di distanza, che lo accomuna a titoli come l’ultimo, altrettanto inclassificabile, Nicholas Ray. Ma se nell’apparato del film-nel-film e dei finti (?) home movies da party perenne e infernale (come se Welles stesse già realizzando la trasposizione di Zeroville di Steve Erickson, scritto però solo trent’anni dopo le riprese di The other side of the wind…) fosse invece nascosta la chiave per disinnescare la bomba? Hannaford potrebbe essere Huston, Welles, Hemingway, o forse un Russ Meyer (Beneath the Valley of the Ultra-Vixens arriva poco dopo la lavorazione di other side, d’altronde), stando a vedere il potentissimo dismembramento sessuale operato dai finti frammenti con Oja Kodar.
Ecco, nella sua anima di maratona immontabile e ricomponibile, questo Orson arriva quasi a somigliare ad un Andy Warhol (Lonesome Cowboys?), la visione integrale dell’intero girato potrebbe forse essere l’unica modalità sensata per affrontarlo, se non proprio quella su split screen sparsi e infiniti, con l’unica clausola che questo messaggio si autodistruggerà dopo essere stato visto. Come una storia con gli effetti di Instagram: The other side of the wind non è d’altra parte meno filtrato o epilettico di uno di quei video fulminei della comunicazione social contemporanea, destinati all’evanescenza.
Altro che “Netflix prima di Netflix” – Welles, basta guardare la sua abissale produzione televisiva, ne aveva intuito già anche il superamento, quell’immagine totalmente mentale, a raggi X, dolorosamente inafferrabile (pena il sanguinamento degli occhi), di cui anche Corman aveva avuto la premonizione. Res ipsa loquitur, sed quid in infernos dicet?