Il processo ai Chicago 7, di Aaron Sorkin

“I giornali ci chiamano i Chicago 7 ma qui siamo in 8!”, sbotta Bobby Seale, leader del Black Panther Party, per dimostrare la sua estraneità al processo appena iniziato – la questione è apertamente politica, servirsi strumentalmente del “nero violento” per aumentare la percezione della pericolosità del gruppo di imputati agli occhi di giuria e opinione pubblica, ma per Sorkin è allo stesso tempo da subito una battaglia di dati, di slittamento tra la realtà delle cose e la propria rappresentazione procedurale, il peso delle parole contro l’evidenza dei fatti, il potere delle leggi contro il fattore umano. Si tratta del nocciolo centrale della sua intera attività di storyteller, da Social Network a Steve Jobs via Moneyball, qui innestato sullo scheletro glorioso del legal drama progressista che lo stesso Sorkin aveva frequentato ad inizio carriera con lo script di Codice d’onore di Rob Reiner (cult quasi esplicitamente citato da un confronto “di prova” tra Redmayne e Rylance, ad un certo punto).

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E quindi l’intera battaglia si combatte sui segnali (“la giurata numero 6 ostenta un libro di James Baldwin”) e pronomi mancanti (“il sangue” o “il nostro sangue”…?), infimi sotterfugi governativi e impasse di posizione (la reiterata assurdità di Bobby Seale processato senza avvocato, e la maniera con cui il giudice Frank Langella interrompe più volte il discorso iniziale del procuratore distrettuale Gordon-Levitt, quasi una sequenza programmatica dell’intero film), e sul senso soggettivo di ogni azione (“la parola sconfitta per voi e per me ha un significato diverso”).

Il massacro dei manifestanti alla convention democratica di Chicago 1968 da parte delle forze di polizia viene rievocato unicamente dalle testimonianze e dai racconti dei protagonisti, rinnovando la passione di Sorkin per il dietro le quinte della storia e dello “show”, fondativa nelle sue serie-tv capolavoro come Newsroom e West Wing (ma anche in Moneyball non c’è praticamente baseball, come in Jobs non assistiamo a nessuno dei celebri discorsi evocati dal film): siamo su Netflix, e quindi questo espediente permette di ricordare agli spettatori distratti dal flusso di parole e informazioni qual è la storia che l’opera vuole illuminare, dato che ogni passaggio delle giornate di protesta e repressione viene ripercorso dagli avvocati, dai testimoni, dal fugace repertorio, dalla ricostruzione filmata (con le immagini del bravo Phedon Papamichael) e dai frammenti degli stand-up dello strepitoso Abbie di Sacha Baron Cohen, in sezioni di montaggio “circolare” dal sapore oliverstoniano ad opera di Alan Baumgarten.


Il risultato è il classico vintage sospeso che permette ai prodotti della piattaforma di mantenere una costante sensazione di presente, e The trial of the Chicago 7 parla com’è facile intuire delle tensioni negli USA di oggi, tra presidenti guerrafondai, guardie che nascondono distintivo e targhetta identificativa prima di picchiare senza pietà, eserciti per le strade, sbirri infiltrati tra le fila dei movimenti, e pugni chiusi di protesta librati in aria (il finale è tra l’altro vicinissimo alla pratica del #saytheirnames sostenuta anche in tempi recenti contro la police brutality).
La confezione hollywoodiana garantita dalla co-produzione Dreamworks mantiene il Sorkin regista su binari decisamente più saldi del suo problematico esordio Molly’s game (non siamo comunque né dalle parti delle vertigini molotov di Adam McKay, né del rigore avanguardista di un The Report, per dire), e chiaramente ancora una volta la differenza la fanno gli interpreti, con il fenomenale duo Baron Cohen/Jeremy Strong che spande la maggiore carica intergenerazionale (dalla New Hollywood alla comicità stoner made in Netflix – in qualche maniera il prequel di Chicago 7 è Ali G che intervista Chomsky), rinnovando la passione dell’autore per l’exploit drammatico dei comedian, già sperimentato con i vari Jonah Hill e Seth Rogen. Si tratta alla fine di un campionario della potenza di fuoco di Netflix a questo punto della propria parabola, tra entertainment “colto”, statement divistico, cinefilia contaminata da altre narrazioni spurie,  e divulgazione storica “schierata” – al momento gli mancano giusto i premi…

Titolo originale: The trial of the Chicago 7
Regia: Aaron Sorkin
Interpreti: Sacha Baron Cohen, Michael Keaton, Eddie Redmayne, Jeremy Strong, Joseph Gordon-Levitt, Alex Sharp, Mark Rylance, William Hurt, Frank Langella, Yahya Abdul-Mateen II, Alice Kremelberg, Wayne Duvall
Distribuzione: Netflix
Durata: 129′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)

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