FILM IN TV – A qualcuno piace caldo, di Billy Wilder

In verità dopo cinquantacinque anni dall’uscita del film e delle unanimi, ancorchè, giustamente, sperticate lodi rivolte al diciassettesimo film di Wilder, poco o nulla può aggiungersi che non adombri il già sentito e il già detto. A qualcuno piace caldo del 1959 ha costituito una piccola magia ed è probabilmente, il film summa del genio tedesco, trapiantato con fortuna negli Stati Uniti quando le cose per gli ebrei, come lui, in Austria e in Germania si mettevano male.

Come al solito nel cinema di Wilder si stratificano numerosi aspetti e argomenti e dietro una farsa accesa e scintillante, come questo film riesce a dimostrare con la forma perfetta di un inimitabile fuori serie, si affastellano temi che, sottilmente trattati dalla mano leggera e dal registro comico di Wilder, non appaiono neppure ad una lettura in grana grossa. Il film si atteggia come un’ennesima commedia hollywoodiana particolarmente impreziosita dalle presenze di Marilyn Monroe e di Jack Lemmon e Tony Curtis, che restano indimenticabili nel travestimento, attraverso cui passa, come spesso in Wilder, il ghigno sornione che ci ricorda l’omosessualità latente nei suoi personaggi, una misoginia congenita e quindi il lato oscuro della vita privata, il tutto confezionato con grazia e leggerezza in una commedia scoppiettante che vede la Monroe mattatrice che coniuga con straordinaria eleganza, desiderio e devianza, seduzione e conformismo.

Il cinema di Wilder, almeno quello che ha utilizzato le forme della commedia, come è noto, vive essenzialmente di simulazione e dissimulazione e questo film non smentisce la norma, anzi ne conferma la regola. Travestitismo e omosessualità, impotenza e gangsterismo sono le tracce profonde e silenziose di un film dalla patina brillante e dalla storia non troppo complicata. C’è all’origine un evento che è la strage di S. Valentino ordinata da Al Capone e i due malcapitati musicisti Jerry (Jack Lemmon) e Joe (Tony Curtis) ne sono inconsapevoli testimoni. La paura di essere riconosciuti li induce a travestirsi da donne e affrontare con una orchestra femminile una tournée che comporterà molte complicazioni sentimentali per entrambi i protagonisti.

I meccanismi consolidati della commedia wilderiana consentono di avviare la navigazione delle peripezie dei due malcapitati partendo da un preciso riferimento che rispetti il principio di verosimiglianza occorre qualcosa di veramente violento – ebbe a dire Wilder a proposito dell’incipit del film – perché dei giovanotti si travestano da donne e per rendere verosimile il fatto che quando sono innamorati di Marilyn non si spoglino dicendo: “Guarda sono un uomo!”. Questa consolidata abilità nel costruire pezzo a pezzo una solida composizione da mettere in scena con un fine spettacolare, che si traduce in una autentica autorialità narrativa, derivava sia dalla gavetta compiuta con Lubitsch, un vero architetto di commedie e di intrighi comici e amorosi, ma anche dalla sua esperienza di scrittore di sceneggiature sia nella mitteleuropa della sua gioventù, sia successivamente ad Hollywood.

A qualcuno piace caldo è il culmine del lavoro compiuto e in cui il cinema di Wilder sembra definitivamente mettere a frutto quelle doti, utilizzando con sapienza ogni componente. Servendosi dei soliti stratagemmi della commedia: la maschera, la finzione, il travestimento, l’equivoco e la dissimulazione finale, Wilder realizza quest’opera costituita da più livelli interpretativi, piena di brillanti soluzioni, che vive di una superficie in cui domina il flusso narrativo secondo gli stili classici della commedia dell’equivoco, ma sotto, appena ci si estranei dal ritmo degli eventi, ci si accorge che cova il fuoco dell’ambiguità, dell’allusione che si fa sempre molto chiara in Wilder, nonostante le sovrastrutture che costruisce per mascherarne il senso. Si pensi ad esempio, a quanto sia allusiva la prima scena alla stazione quando Joe e Jerry guardano le forme provocanti di Zucchero Kandisky (Marilyn Monroe) con lo sbuffo del treno che lei abilmente evita.

Comprendere, quindi, con sguardo polisemico il cinema di Wilder, di cui questo film costituisce la punta di diamante, è abitarne l’opera, superando i confini di una stretta necessità narrativa (che pure c’è ed è anche corposa e sempre molto bene orchestrata) a vantaggio di una assimilazione di temi che appartengono alle categorie psicologiche e che per questa ragione restano eterne. Qui troviamo tutta la carica trasgressiva di Billy Wilder che di volta in volta assume le vesti del moralista o dell’autore immorale, ma la sua filosofia fatta di acida arguzia e sottile ironia lo ha portato a far diventare oggetto delle sue velate invettive ogni ipocrisia e frustrazione che trovano sedimentazione in ogni classe sociale. Il suo cinema ha assunto un peso e, a tratti, una fisionomia particolare frutto di un fraintendimento degli intenti. Un’interpretazione che ha a che fare con i registri di un moralismo conformista considerando il suo approccio alla materia, solo frutto di un atteggiamento falso. È forse anche in questa ambiguità di risultati, così come accade nelle storie che racconta, che il cinema di Wilder si ramifica e diventa terreno di confronto sugli argomenti che solleva, articolando la policentricità dei suoi film.

Nella prospettiva delineata l’opera complessiva di Billy Wilder acquista quello spessore che ne legittima sia la dirompenza spettacolare, ma soprattutto l’attenzione della critica che ne ha riconosciuto la coerenza e la continuità che la attraversa e di cui A qualcuno piace caldo non è altro che il frutto perfettamente maturo di un lavoro complesso e semplice come la sua nota battuta finale, degna di rimanere per sempre a sigillo di un inguaribile cinismo nichilista, abilmente mascherato da inattesa e vivace comicità.