FILM IN TV – Cane di paglia, di Sam Peckinpah

Inutile fare finta di nulla: oggigiorno, al cinema, una personalità come quella di Sam Peckinpah manca moltissimo. Manca perché in pochi, ormai, hanno il coraggio delle proprie idee; manca perché il timore di non voler offendere alcuna sensibilità (ma cosa significa, poi, “offendere”?) ha cancellato con un colpo di spugna la possibilità di stimolare lo spettatore a riflettere con la propria testa, impedendo così una rappresentazione del mondo nella sua meravigliosa ma terribile complessità. Oggi è molto più semplice e accomodante mostrare tutto in termini di bianco e nero, senza via di mezzo: detto senza mezzi termini, a questo manicheismo imperante Peckinpah avrebbe pubblicamente sputato in faccia. Con un altro dei suoi film, magari. Eppure una volta era possibile un altro cinema, un altro modo di raccontare il reale; si pensi solamente a due film a tematica omosessuale come Cruising di William Friedkin e Spetters di Paul Verhoeven, entrambi divenuti pietra dello scandalo: il primo perché osava mettere in scena un assassino gay di gay, in un contesto plumbeo e cimiteriale; il secondo perché mostrava la presa di coscienza della propria identità sessuale attraverso la violenza (lo stupro). Per Cane di paglia si potrebbe azzardare benissimo un accostamento con i titoli sopra citati: come Friedkin e Verhoeven, ma con dieci buoni anni di anticipo, anche Peckinpah parte da un presupposto simile. E cioè che il mondo non sempre è un bel posto in cui vivere. Ma prendere coscienza di ciò non significa sottomettersi alle leggi della giungla: significa discuterne, esprimere un disagio che c’è e con il quale bisogna fare i conti, in quanto esseri umani. La vicenda raccontata nel film ormai è nota: un pacifico professore americano si trasferisce in un paese della campagna inglese, insieme alla bella e giovane moglie. Il suo desiderio di tranquillità viene spezzato di fronte all’atteggiamento degli abitanti del luogo, non indifferenti alle provocazioni della donna, che spingeranno il protagonista a reagire di conseguenza e a dimostrarsi per quello che realmente è.

Peckinpah non abbandona il suo amato west (Il mucchio selvaggio è di appena due anni prima), semplicemente lo trasla nel presente: il villaggio dell’entroterra britannico, paese a sua volta contraddistinto da un passato di sangue e violenza e di ferite non ancora pienamente sanate, si trasforma nel set ideale per questa ennesima, grandissima riflessione sul caos e la violenza della società. Il raziocinio e la ragione si dimostrano pilastri costruiti su fondamenta di argilla (il protagonista è un matematico), l’ordine è un’utopia avvicinabile solamente attraverso il massacro, e nessun uomo, in quanto tale, può dichiararsi davvero innocente. Come già accaduto con altre opere del regista, anche Cane di paglia fu accusato di propugnare un’ideologia arcaica e conservatrice: il protagonista ricorre alla violenza nel tentativo di difendere ciò che gli è più caro, e quindi la casa (la Patria) e la moglie (la Famiglia). Ma come si può condannare Peckinpah di ambigua moralità, quando lo stesso mondo in cui viviamo è governato da leggi tribali ai limiti della bestialità? Come si può – ancora – tirare in ballo il fascismo se un autore ha il coraggio di affermare, senza troppi giri di parole, che l’istinto di autodifesa è parte integrante della nostra natura? Nessuno è orgoglioso di ciò: ma allo stesso tempo negarlo e nascondere la testa sotto la sabbia significherebbe solamente lasciare terreno fertile all’ignoranza, permettendo così all’Uomo di subire passivamente la Storia senza possibilità alcuna di difesa. E ancora: gli atteggiamenti ammiccanti della moglie stuzzicherebbero gli appetiti sessuali dei paesani, quindi a detta di molti Peckinpah è anche misogino, oltre che fascista. Ma quali e quanti di quegli atteggiamenti sarebbero sufficienti a giustificare uno stupro? Forse non c’è davvero più bisogno di soffermarsi su illazioni pretestuose e faziose: l’immagine degli occhiali da vista scheggiati, da sola, vale più di qualsiasi pietra da noi scagliata a favore del grande regista. Perché solamente attraverso quelle lenti sarà possibile (intra)vedere il mondo che ci circonda nella sua infinita frammentarietà. Sempre che si sia disposti a voler vedere.