FILM IN TV – I tre giorni del Condor, di Sydney Pollack

Il cinema fotografa il tempo, riportando intatta l’atmosfera di un determinato periodo storico. E’ quello che succede riguardando I tre giorni del Condor di Sydney Pollack che evoca la New York degli anni 70 (sconvolta dallo scandalo Watergate e dalla sconfitta del Vietnam), avvolta in un cielo plumbeo invernale che stona con l’atmosfera natalizia delle note dell’Esercito della Salvezza.

Pollack riprende il romanzo di James Grady I sei giorni del Condor pubblicato nel 1974 e, insieme agli sceneggiatori Lorenzo Semple Jr e il fido David Rayfiel, opera una marcata riduzione del tempo dell’azione (da sei giorni a tre) e innesta ex novo la storia d’amore tra Robert Redford e Faye Dunaway, due solitudini che si incontrano e si riconoscono un po’ come gli Amanti senza domani (1932) di Tay Garnett, un po’ come i replicanti Sean Young ed Harrison Ford in Blade Runner (1982) di Ridley Scott.

robert redford in i tre giorni del condorIl clima politico e il successo di precedenti spy stories come Il giorno dello sciacallo (1973) di Fred Zinnemann e Perché un assassinio (1974) di Alan J Pakula, favoriscono la grande affermazione del film, con il valore aggiunto dalla presenza di attori del calibro di Max Von Sydow e Cliff Robertson.

Joe Turner (Robert Redford), nome in codice Condor, è l’unico sopravvissuto di una strage apparentemente inspiegabile tra gli operatori della “American Literary Historical Society” , ufficio che collabora con la CIA per smascherare eventuali complotti anti americani nascosti tra le pagine di libri.

robert redford e faye dunaway in i tre giorni del condorQuello che risalta immediatamente è il grande contrasto tra il clima da commedia che si instaura nella parte iniziale e l’incubo investigativo in cui un innocente si riscopre facile capro espiatorio sul modello di Intrigo internazionale (1959) di Alfred Hitchcock. Il fare scanzonato e un po’ anarchico di Turner, le sue battute sagaci e i suoi colpi di genio derivano da uno stato di fiducia nei confronti del mondo. Dal momento in cui la morte irrompe a disfare l’ideogramma cinese del “cielo”, coprendo gli avvenimenti di una cappa paranoica, il Condor scopre nemici ad ogni angolo di strada e anche una mamma che spinge una carrozzina può diventare un terribile sicario. Sydney Pollack (che si ritaglia il cameo del tassista che rischia di investire il Condor ed è anche la voce al telefono del fidanzato di Kathy) è eccezionale nel mostrare lo spaesamento di un uomo con una cultura sopra la media, (appassionato di arte e di fumetti, si rifugia nel museo Guggenheim quasi a scopo terapeutico) che usa la propria capacità di osservazione per smascherare un complotto tutto interno alla CIA , tra centralinisti in sedia a rotelle, ex militari doppiogiochisti e postini che suonano sempre due volte.

I tre giorni del Condor non deve essere visto semplicemente come un film politico ma soprattutto come un’opera che analizza lucidamente il crollo del rapporto di fiducia dell’americano medio con le istituzioni e conseguentemente con la propria identità nazionale (le Twin Towers riprese dall’interno e dall’esterno divengono immagine fantasmatica e simbolica). Non è un caso che venga citato Heidegger come uno dei nomi della black-list in mano a Lucifero Joubert (un Max Von Sydow mefistofelico mentre dipinge la sua collezione di soldatini): il discorso esistenzialista si basa su una dicotomia insanabile tra passato e presente che determina il non esserci, essere fuori luogo, fuori contesto, completamente soli. Ed ecco che l’incontro tra Condor e la bella Kathy (Sparviero Nero) assume in realtà un rafforzamento di questa poetica della dislocazione e dello spaesamento: la scena fondamentale è quella in cui Redford in casa della sua prigioniera Dunaway si ferma ad osservare le foto scattate dalla donna: i soggetti inquadrati sono rivelatori; panchine vuote, alberi spogli, cieli novembrini. La sindrome di Stoccolma di Kathy nasce da questo desiderio di “essere nel tempo”, di contrapporre il proprio mondo interiore ad una apparenza esterna che la allontana da sé stessa.

max von sydow e robert redford in i tre giorni del condorPollack approfitta della spy story per riaffermare un tema a lui caro, quello della irreversibilità delle azioni umane chiuse in un passato colmo di sensi di colpa e rimpianti, mentre le fotografie di un autunno esistenziale si alternano ai primi piani di un amplesso tenero e disperato. Il freeze frame finale che richiama quello di Corvo rosso non avrai il mio scalpo (1972), lascia aperta ogni possibilità e racchiude il viso del Condor tra gli strumenti dell’orchestrina natalizia: una nota di speranza o il grottesco contrappunto per un destino da fuggitivo? La ragione di Stato sembra arrivare dovunque, anche nella redazione di giornali importanti come il New York Times; in fondo tutte queste vittime innocenti non sono che gli effetti collaterali per coprire la produzione di una falsa documentazione che deve giustificare una invasione Americana in Medio Oriente: il petrolio è il motore economico di trame e sotto-trame inserite una dentro l’altra come una matrioska diabolica. Così I tre giorni del Condor più che un film politico diventa, nel rapporto tra la violenza cieca del Sistema di Potere e l’ingenuità del singolo individuo che prova a combatterlo nella più completa solitudine, un film profetico.

 

 

Titolo originale: Three Days of the Condor

Regia: Sydney Pollack

Interpreti: Robert Redford, Faye Dunaway, Max von Sydow, Cliff Robertson

Durata: 112′

Origine: Usa 1975