FILM IN TV – L'uomo di Alcatraz, di John Frankenheimer

Con L' uomo di Alcatraz John Frankenheimer confeziona un “prison movie” atipico tutto  concentrato sul mondo interiore di Robert Stroud, (interpretato da Burt Lancaster, Coppa Volpi al Festival di Venezia 1962) criminale realmente esistito che, dal 1909 fino al 1963 (anno della sua morte) passerà la sua intera esistenza in varie prigioni statunitensi, tra le quali la celeberrima Alcatraz.

John Frankenheimer dopo le prime prove interlocutorie (Il Giardino della Violenza, E il vento disperse la nebbia), riesce a trovare l'equilibrio tra narrazione e rappresentazione tenendo il protagonista al centro di ogni claustrofobica inquadratura e disegnando in tre distinti blocchi l'evoluzione psicologica di un uomo che, privato della libertà, reagisce inizialmente con l'odio cieco e autodistruttivo. Poi, in un secondo momento, attraverso lo studio degli uccelli (birdman), si affranca dal proprio destino di ergastolano per rimuovere , nella terza parte, le zavorre emotive di dipendenze edipiche e puntare il dito contro le ipocrisie della istituzione carceraria. Nessun uomo è un' isola: la metafora del passerotto rinchiuso in gabbia che alla fine non riesce a scappare ma ritorna dentro la sua prigione per morire, non riguarda solo la condizione del sistema di reclusione del penitenziario americano, ma può essere traslata in una condizione esistenziale in cui la mancanza di cultura e di pensiero critico ci costringono ad accettare lo “stato delle cose” senza poterle modificare (viene subito in mente, pur con le dovute differenze, il percorso di Gavino Ledda in Padre Padrone). In realtà siamo incasellati in ruoli e luoghi comuni spesso imposti da figure d'autorità (il direttore del carcere Karl Malden, la madre iperprotettiva Thelma Ritter) fino a non riuscire più a spezzare le sbarre di questa prigione mentale. La scelta vincente del regista è quella di fare entrare in collisione una personalità ribelle con un ambiente opprimente che tende a soffocare qualsiasi iniziativa personale per uno scientifico uso-abuso del potere. Nei primi minuti del film viene presentata in rapidi tratti la personalità schizoide di Robert Stroud, dissociato tra la figura della madre-santa (con foto icona) e della fidanzata-prostituta (primum movens dei suoi guai giudizari): questo conflitto determina l'aggressività e l'allergia a qualsiasi regola. Atmosfere oscure, ombre delle grate che si proiettano sui visi dei reclusi, inquadrature che trasmettono mancanza d'aria, spazi chiusi in tempi d'attesa infiniti. Poi, durante un temporale un passerotto finisce dentro l'universo transennato di Robert, scalfendo il suo atteggiamento monolitico di fronte allo spettacolo della vita (lo schiudersi delle uova in parallelo con la nascita-rinascita dell'homo novus). Questa assunzione di responsabilità è alla base della maturazione caratteriale del protagonista che impara a dire “grazie,” e comprende che dentro un universo meschino si muovono anche persone solidali (un secondino che lo aiuta nella costruzione delle gabbie, il vicino di cella Telly Savalas che gli affida il proprio canarino).

Da ornitologo Robert Struod diventa rapidamente veterinario nel tentativo di vincere la malattia e la morte che si diffondono come una epidemia tra i volatili in gabbia: il Sistema comincia a capire la portata sovversiva dell'esempio e reagisce cercando l'annullamento della personalità. Esemplificativa è la scena in cui Stroud rinfaccia al direttore del carcere la ipocrisia sul concetto di “riabilitazione” e il fallimento di qualsiasi sistema repressivo che porti la disintegrazione identitaria. L'Uomo d'Alcatraz così da semplice “prison movie” si trasforma in un apologo morale contro la pena di morte e contro qualsiasi altro mezzo “correttivo” che faccia a pezzi la dignità della persona. 

Titolo originale: Bridman of Alcatraz
Regia: John Frankenheimer
Interpreti: Burt Lancaster, Karl Malden, Thelma Ritter, Telly Savalas
Origine: USA, 1962
Durata: 147'