Florence Korea Film Festival 22 – Raccontare i corpi e la marginalità

Il nostro sguardo alla sezione Independent Korea, che sembra mettere al centro l’importanza dei corpi e delle vite ai margini della società per indagare visceralmente altri modelli di vita

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La selezione della categoria Independent Korea getta uno sguardo tra i prodotti filmici di produzione indipendente, appunto, nell’ambito del festival fiorentino dedicato al cinema sudcoreano (in corso fino al 31 marzo presso il Cinema La Compagnia). In questa visione, una carrellata di sguardi, l’elemento che immediatamente salta all’occhio è un certo spostamento di prospettive, nel campo contestuale, delle storie raccontate. Infatti sembra assistere a una sorta di “provincializzazione” dei luoghi trattati: piccoli paesi e campagne apparentemente sconfinate, o luoghi chiusi dai quali è impossibile scorgere la metropoli, vero centro pulsante della società contemporanea. I personaggi dei sei lungometraggi di Independent Korea sono tutti – chi più chi meno – lasciati ai margini della scattante e stra-evoluta nascente Sud Korea.

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Venendo meno il contesto metropolitano, lo sguardo quindi non può che fermarsi sui risvolti più visibili e indelebili, quelli che restano sul corpo umano. Che si tratti di thriller o rappresentazione minimal teatrale, il discorso centrale di questa sezione del 22esimo Florence Korean Film Festival sottolinea in più punti una correlazione scaturita dai due elementi fondamentali: corpo e marginalità.

Il primo esempio di dislocamento geografico lo si avverte immediatamente in Small Fry di Park Joong-ha, che attraverso un film in chiave meta cinematografica narra la storia di Ho-joon, attore in declino con la passione per la pesca – che condivide su YouTube; riscontrando peraltro parecchio successo nella nicchia di appassionati. Ho-joon recatosi nel solito laghetto, viene in contrasto con un arrogante regista (che manterrà questa insofferenza nel corso di tutta la vicenda) e con l’attrice protagonista del suo prossimo film. Small Fry quindi indaga i rapporti estranei che diventano intimi, nel corso della permanenza dei tre per una sessione di pesca notturna. Sarà proprio col passare della notte che i tre arrivano a mostrare brevi spiragli di sincero affetto (specialmente da parte di Ho-joon verso l’attrice). Inoltre il film di Park Joong-ha riesce a parlare collateralmente anche del sistema cinematografico sudcoreano. Durante Small Fry infatti assistiamo, a piccole dosi, anche all’organizzazione in corso del film del regista, per il quale Ho-joon vorrebbe tanto lavorare.

Restando su questa linea meta riflessiva, sicuramente va segnalato il teatralissimo Immortal Woman, di Choi Jong-tae. Critica ai limiti dell’isterismo e dell’assurdo, questo film si posiziona tra i più interessanti in termini esecutivi. La storia si svolge in un punto vendita di prodotti di bellezza, in un lussuoso presunto centro commerciale. E Immortal Woman seppure girato interamente in un teatro, che l’autore non nasconde ma che anzi manifesta continuamente, ci trasporta nel gioco della finzione. La critica feroce al modello consumista e capitalista funziona eccellentemente, anche grazie alla spiccata bravura del cast. Inoltre gli elementi drammaturgici del film mostrano una visione abbastanza disfattista della società, senza via di scampo dalla violenza come mezzo risolutore. Con dei tratteggi che alla lontana quasi omaggiano la regia formale di Leos Carax, Immortal Woman segue la tendenza di questa sezione del festival nel nascondere completamente la metropoli, mettendo al centro del discorso l’importanza del singolo.

Il frangente più thriller (mai horror, come fermandosi un passo prima) appartiene senza dubbio all’ottimo Greenhouse. Lee Sol-hui porta un film, firmandone anche la sceneggiatura, che sembra provenire dai margini più sottili della società. Moon-jung infatti è una donna divorziata che aspetta il rilascio del figlio dal carcere minorile, lavorando nel frattempo come badante per due anziani: Tae-kang e Hwa-ok. Lei è affetta da Alzheimer, lui da cecità. Tutti gli aspetti di questo thriller (alcuni impossibili non ricondurli alla poetica di Lee Chang-dong, come l’immagine della serra che brucia) combaciano efficacemente nello svelare le difficoltà di una fascia di popolazione sudcoreana che arranca, e che perde punti di riferimento anche quando deve affidarsi ai prossimi, i loro figli. La cecità di Tae-kang è uno spunto che permette alla tensione di salire, fino al climax, e che viene sfruttata dall’autore anche come mezzo di riflessione sull’idea di vicinanza, affetto, tempo che cambia, corpi che mutano e che lentamente perdono la loro forza.

La svolta nel campo del racconto di formazione viene toccata ben due volte nel corso di Independent Korea, con Hail to Hell e No Heaven But Love. Il primo è un film viscerale, carico di un’emotività, forse troppo espressa, che riecheggia in questa avventura adolescenziale; e che prende delle pieghe horror con l’ingresso delle protagoniste nell’inquietante comunità di stampo religioso (in pieno stile Midsommar) nella quale sta la loro vecchia amica. No Heaven But Love, dramma adolescenziale ambientato negli anni ’90, è invece un teen drama dalle tinte vintage che affronta il tema – come a riconferma del fil rouge di questa sezione del festival – dei corpi adolescenziali, in rapporto all’amore, l’attrazione, il sesso. La regista Han Jay, anche ospite del festival, firma forse l’opera più completa di questa selezione. Con il suo film esplora l’estetica e i modi di quella fascia d’età, incorniciando eccellentemente l’ambientazione grazie a un comparto scenografico che restituisce pienamente il sentore di quell’inizio secolo.

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