Midsommar – Il villaggio dei dannati, di Ari Aster

Midsommar rappresenta probabilmente il testo più compiuto per mappare le traiettorie del new horror “d’autore” così come va strutturandosi, in un sotto-canone sempre più preciso. Il punto di partenza necessario per un discorso di questo tipo non può che essere da ora in poi la reazione che i ragazzi protagonisti hanno di fronte al primo, inaspettato e violentissimo, shock a sorpresa che puntella il film (non posso rivelarvelo, ma ha nell’economia dell’opera la stessa funzione che per Aster aveva il destino improvviso della bambina di Hereditary, per chi ha visto quello). Al cospetto di un evento di crudezza intollerabile, e mostrato davanti ai nostri e loro occhi senza filtro alcuno, i personaggi di Midsommar, gli amici della protagonista Dani, non hanno alcuna reazione estrema, né urla né spavento, giusto un trattenuto sgomento. Si tratta, d’altra parte, di un gruppo di giovani antropologi, e l’analisi scientifica sembra il filtro con cui i ragazzi indagano l’intera dimensione del villaggio svedese di Hårga e delle celebrazioni della mezza estate che impegnano gli abitanti.
“Fare paura” non è insomma più la priorità di questo cinema, probabilmente in opposizione ai franchise di Blumhouse e simili interamente basati sui cosiddetti jumpscares: i nuovi intellettuali dell’horror sfruttano il genere per le loro riflessioni figlie di un delirio autoindotto, clinico e sintetizzato, proprio come le tesi di laurea che gli universitari di Midsommar vanno scrivendo sui rituali a cui assistono. Qualsiasi reale affidamento al soprannaturale, a ciò che ci eccede, è sistematicamente frustrato da uno sguardo che in queste opere assume puntualmente il tono di un latente, disincantato grottesco: la reazione più forte a cui si può aspirare è dunque il fastidio, anche fisico, il rigetto a distanza. Non è un caso che sia proprio Aster a giungere alla ricetta più pura della formula, lui che già nel precedente Hereditary aveva giocato apertamente con dilatazioni all’europea e armamentario colto di esoterismo-livello-esperto, quasi a replicare al Robert Eggers di The VVitch, il chiaro titolo-apripista di questa stagione (il progenitore “deviato” resta però Lords of Salem di Zombie).

Midsommar ci fornisce una versione lisergica e alla luce del sole della minuziosa simbologia del demone Paimon che reggeva Hereditary, raccontandoci appunto come queste nuove cabale dell’orrore trovino la loro ragion d’essere nell’ossessione per la decifrazione, per la decodificazione dei segni ancestrali che le ricoprono, più o meno in superficie (qui sacrifici e accoppiamenti rituali annunciati da pitture e disegni, capanne sacre inviolabili e tavolate propiziatorie…). Segni che si mischiano da subito con i riferimenti cinefili, i rimandi ad opere del passato (lo spiega bene un altro film-manifesto come Suspiria). Sarà un caso che questi cineasti spesso transitino dall’horror ma sembrano avere quasi paura di farne il loro terreno d’elezione (si veda Jennifer Babadook Kent e il suo The nightingale)?
Se Eggers passa al Lighthouse, è David Robert Mitchell a fornirci il manuale di lettura definitivo con il suo Under the silver lake, che appunto non è un horror come It follows ma contiene l’abbecedario per riuscire a riconoscere l’alfabeto di tracce e lemmi metatestuali con cui queste strutture sono costruite (sarà allora per questo che lo Shining di Kubrick, tra rivisitazioni, extended cut, imminenti sequel e deep fake, sembra avviato ad eleggersi Mito originario del genere a sciarada irrisolvibile, labirinto iniziatico da cui non è mai possibile uscire per davvero).

Ecco, Midsommar è forse tra le altre cose anche la versione meno giocosa e insostenibilmente più crudele di Under the silver lake, che sostituisce la mitologia di Hollywood (una terra fondata su Crowley, Manson e Castaneda) con la demonologia nordica (Netflix, tra parentesi, dà il suo contributo al filone con titoli come Apostle di Evans e il recente Golem).
Il gioco con i corpi e le isterie femminili diventa allora ragionevolmente non più body art rabbiosa e squarciante, ma performance coreografica concettuale, come se questi cineasti avessero studiato Marina Abramović (the process is more important than the result) più di David Cronenberg (il punto d’incontro è forse il dimenticato Herschell Gordon Lewis).
Le danze estenuanti e le litanie gutturali che fanno vorticare la strepitosa Florence Pugh di Midsommar portano con sé un effetto fortemente performativo più che sacrale, quasi come la land art di protesta imbastita dai doppi di Us di Peele (o la danza delle streghe di Guadagnino, un’immagine ritornante anche nella Salem di Zombie e nell’esordio di Eggers).
Ari Aster è talmente bravo da mostrare sul serio le carte scoperte: la “bibbia” di riferimento degli spietati sacerdoti naturisti di Hårga (per una dichiarazione di intenti dell’eco-horror?) è disegnata giorno dopo giorno dal ragazzino affetto da un evidente ritardo, accudito dalla comunità – e dunque il volere divino va interpretato tra i bozzetti colorati lasciati da questo “essere puro” al villaggio. La parabola, è proprio il caso di dirlo, è servita su un piatto intagliato nel legno.

Titolo originale: Midsommar
Regia: Ari Aster
Interpreti: Florence Pugh, Jack Reynor, William Jackson Harper, Will Poulter, Vilhelm Blomgran, Archie Madekwe, Ellora Torchia
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 140′
Origine: USA, 2019

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