Geology of Separation, di Yosr Gasmi e Mauro Mazzocchi

Presentato al Festival di Rotterdam, in Tiger Competition, il film di Gasmi e Mazzocchi prova a raccontare l’immigrazione e i nodi irrisolti delle politiche italiane di accoglienza e integrazione

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Il punto di partenza simbolico di Geology of Separation è l’immagine della Pangea, il supercontinente che includeva tutte le terre emerse all’alba dei tempi. Segno di come l’umanità appartenesse in origine a un mondo senza linee di demarcazione, barriere e confini. In seguito, è avvenuta una geologia della separazione, che ha riguardato, ancor più che le placche tettoniche e i continenti, l’animo degli esseri umani. Come se all’improvviso fosse crollata davvero la Torre di Babele, disperdendo le lingue e le razze, disseminando incomprensione, paura, odio. La ferita prodotta nella terra, ha segnato i cuori. E anno dopo anno, secolo dopo secolo, è aumentata la misura della distanza.

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Ecco. Yosri Gasmi, regista tunisina che vive da 8 anni in Italia, e Mauro Mazzocchi provano a raccontare l’immigrazione e i nodi irrisolti delle politiche di accoglienza e integrazione. Si concentrano sui centri per richiedenti asilo del nord Italia, incrociando varie persone in cerca di asilo, di un riconoscimento del loro diritto a un orizzonte di vita diverso. Ma registrano la miopia fredda, a tratti agghiacciante, degli apparati burocratici e dei sistemi di gestione dell’emergenza, tra razzismo strisciante, indifferenza “professionale”, giudizi sommari, precari metodi di verifica dei diritti e delle necessità. “Ci fanno studiare solo l’italiano”, dice Abderhaman, il giovane migrante libico, che i due registi scelgono come figura centrale della loro indagine. Come se tutto il processo di integrazione non fosse altro che un’assimilazione forzata, che passa attraverso la lingua e il lavoro, secondo una concezione puramente funzionale e meccanica. Nell’illusione di poter erigere di nuovo la Torre. Ma Abderhaman conosce bene il potere profondo delle parole, della loro capacità di scandagliare l’animo e di far riermergere una verità. Per lui, l’arabo non è solo la lingua dell’appartenenza. È la lingua dell’interiorità, della capacità creativa e poetica. La lingua attraverso cui esprimere pensieri molto più complessi di una semplice applicazione di una regola grammaticale.

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In fondo, è tutto un conflitto tra il freddo e il caldo. E anche la forma di Geology of Separation sembra seguire questa logica. Tanto che Yosri Gasmi e Mauro Mazzocchi si muovono tra l’osservazione attenta del reale e la forza poetica della contemplazione e dell’evocazione del simbolo. Da una parte, fanno una serie di scelte estetiche importanti, rigorose, scegliendo di fissarsi sulle inquadrature uniche e rifiutando sistematicamente l’articolazione di un campo-controcampo, come se non ci fosse alcuna possibilità di dialogo e di intesa. E in certi momenti si affidano perfino alle immagini asettiche delle videocamere di sorveglianza. Dall’altra parte, si abbandonano a momenti di profondo lirismo, soffermandosi sulla quiete di paesaggi innevati, su pause estatiche di nuvole di passaggio, sulle note di composizioni classiche. In questo modo finiscono per aggiungere al loro discorso una certa carica retorica. Ma non ne hanno timore. Anzi. Proprio perché consapevoli del potere del linguaggio, si affidano alle infinite possibilità dello stile per dar sangue alle loro immagini in bianco e nero. Per toccare tutte le sfumature che vanno dall’indignazione all’empatia.

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