Hit Man, di Richard Linklater

Spassosissima black comedy con le variazioni e il ritmo di una partitura jazz. Ridisegna i confini della performance e del desiderio. Con uno straordinario Glen Powell. VENEZIA80. Fuori concorso.

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Per quanto a volte discontinuo, Richard Linklater – il padre più illustre, insieme a Steven Soderbergh, del cinema indipendente americano post New Hollywood – veniva da uno dei suoi film migliori: il coming of age in rotoscope Apollo 10 e mezzo. Dev’essere in stato di grazia. Perché questo suo nuovo Hit Man, scritto e prodotto insieme al protagonista Glen Powell, già diretto in Tutti vogliono qualcosa e altro capolavoro tanto per capirci, è straordinario e aggiunge nuove tonalità comiche e noir alla già complessa ed eterogenea filmografia del cineasta texano. Lo spunto del film nasce da una lettura fatta da Linklater una ventina di anni fa su una rivista che raccontava le gesta di Gary Johnson, professore di filosofia che nel tempo libero diventava agente in incognito assumendo false identità di killer professionista. Uno spunto di partenza che, con variazioni di sceneggiatura e il grande trasformismo di Powell, qui permette al regista di realizzare una sorta di black comedy piena di colpi di scena ed estremamente acuta sul concetto di performance e sull’ambiguo crinale delle pulsioni umane.

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Glen Powell è straordinario. All’inizio è un professore, un po’ trascurato e medio borghese, che circola con la Civic, indossa occhiali da vista e calzoncini corti jeans. Ma già nella prima scena fa una lezione ai suoi studenti su Nietzsche, interrogandosi su quanto sia necessario per l’essere umano uscire dalla propria comfort zone. Detto fatto. L’occasione si presenta quando il suo lavoro part-time alla polizia di New Orleans si trasforma un po’ casualmente in una vera e propria entrata in azione. Deve simulare di essere un killer in un incontro con un “cliente”. E la cosa funziona. Gary diventa Ron e si crea un personaggio inventando aneddoti macabri, profili psicologici arditi, camuffamenti. Diventa bravissimo a fare imboscate ai criminali. Ma quando un giorno a commissionargli l’omicidio è una donna affascinante e fragile, Gary/Ron decide di non farla arrestare. Anzi se ne innamora. E qui arrivano i casini.

Al formidabile duo Linklater-Powell andrebbe aggiunta anche la portoricana Adria Arjona, sensualissima e “pazza” nei panni di Madison. L’intesa tra i due è perfetta, attraversa tutte le sfumature possibili di una relazione a due (l’ironia, il sesso, l’idealizzazione, la bugia, l’omicidio) e raggiunge il culmine nella grandissima scena in cui Gary e Madison sono spiati dalla polizia e devono allestire un dialogo fasullo mentre le informazioni “vere” passano attraverso messaggi scritti sullo smartphone. Hit Man procede spassoso, seguendo il ritmo e le variazioni di una partitura jazz. Ma in filigrana Linklater riflette sul concetto di identità, immaginazione, desiderio, mandando qua e là stilettate all’endemica violenza della società americana e al fallimento di ogni classificazione sociale e comportamentale. C’è dentro anche una riflessione sull’immaginario pop e cinematografico sulla figura del sicario. “I sicari non esistono, la gente ci crede perché li ha visti nella fiction” racconta il protagonista agli spettatori, dando il via a un continuo rimando di maschere e perversioni tutto consumato in una dimensione di finzione. Ecco. Se c’è un film straordinariamente lucido sulla reinvenzione della morale e sulle trasformazioni emotive, sentimentali e culturali degli esseri umani è questo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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