Holly, di Fien Troch

Un film strano, incompiuto, ma che a tratti riesce a trovare una sua forma tra il dolore e la salvezza, il pensiero magico e la sua negazione. VENEZIA80. Concorso

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Si chiama Holly Myers ed è una quindicenne solitaria, che frequenta solo il “problematico” Bart. Che sia voluto o meno porta il cognome di uno dei personaggi horror più famosi della storia del cinema (il Micheal Myers di Halloween). E questo è un primo indizio per lo spettatore. Poi una mattina ha uno strano presentimento e decide di telefonare alla scuola per dire che non andrà, sente che “sta per succedere qualcosa di brutto”. E infatti di lì a poco scoppia un incendio, dove muoiono diversi studenti. Nove mesi dopo la comunità della città è ancora sotto shock, ma molte tra le famiglie colpite dal lutto vedono nella ragazza una presenza rassicurante, forse persino magica e “lenitiva”. È solo suggestione oppure Holly ha veramente dei poteri “spirituali”?

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Il quinto film della belga Fien Troch – il precedente Home vinse il premio per la miglior regia a Venezia nella sezione Orizzonti del 2016 – non scioglie i dubbi e si muove in questo complesso crinale tra suggestione mistica e realismo. Holly comunque non è un horror. Forse più un racconto di formazione gotico. Con la regista che punta molto sui primi piani stralunati della giovane protagonista Cathalina Geeraerts, che riesce a configurare un ritratto credibile e ambiguo, tra l’innocenza, la santificazione e la stregoneria. In qualche modo Holly è anche il rispecchiamento di una società prigioniera del dolore e delle superstizioni, che non riesce veramente a vedere e a conoscere l’altro. Come nei film di Atom Egoyan degli anni ’90 (Exotica, Il dolce domani) la tragedia diventa la detonazione con cui far emergere le crepe e le fragilità di una comunità apparentemente normale. E Holly è lì, presenza “altra” da venerare/ripudiare. Tutti la cercano e la venerano, ma nessuno la vede veramente. E un po’ come i personaggi del film, anche noi non sappiamo bene come vedere questo strano film incompiuto, forse un po’ indeciso, che a un certo punto si incarta su stesso e vuole anche essere chiaramente una riflessione  sul bullismo e sull’adolescenza come territorio di traumi, responsabilità, trasformazioni.

Troppe cose insieme? Fien Troch non è una regista che si innamora ostinatamente delle belle immagini, né di una scrittura compiuta, definita. Ma questo è un bene. Holly aggiunge del resto un nuovo tassello alla sua poetica personale su adolescenza, famiglia e mondo scolastico già tracciate nei film precedenti. L’elemento eerie (inquietante) riesce a far sfumare contorni e identità della storia e della stessa protagonista che rimane una presenza aliena e indefinita, in cerca di una sua definizione etica e spirituale. Come sempre avviene nell’adolescenza appunto. Un’adolescenza interpretata qui come territorio neutro e intermedio tra il dolore e la salvezza, il pensiero magico e la sua negazione.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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