Horizon: An American Saga – Chapter 1, di Kevin Costner

Il primo capitolo della saga western “definitiva”. Un’impresa titanica, in quattro parti, sognata e inseguita da tempo. Per il bisogno di un cinema che apra il cuore. CANNES77. Fuori concorso

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Era da anni che Kevin Costner coltivava il progetto di Horizon. Dal 1988, ancor prima di Balla coi lupi. Ed era dal 2003, dai tempi del meraviglioso Terra di confine, che era rimasto lontano dalla regia. Ma ciò non toglie che, nel frattempo, sia stato in grado di mantenere con le sue interpretazioni un’identità eccezionale, tetragona. Di assoluta fedeltà a un’idea di cinema che è un’idea di mondo. La storia americana di un eroe per caso, per citare Simone Emiliani… Nella definizione di questa identità, il western ha sempre avuto un ruolo centrale, fondativo. Un genere che Costner si è sempre ostinato a ripercorrere e ripensare, dal cinema alla TV, da Silverado a Yellowstone.

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Intanto, l’idea di Horizon è cresciuta nel tempo, fino ad assumere i contorni di una vera e propria saga, in quattro capitoli. I primi due sono già pronti per essere distribuiti, a breve distanza l’uno dall’altro, a giugno e ad agosto. Gli altri due per ora rimangono bloccati, per vicissitudini produttive, scioperi degli sceneggiatori e degli attori, ostacoli vari. Che, in un certo senso, raccontano anche l’inattualità del western, costretto a ritirarsi dal cinema per provare forme di resistenza nella riserva indiana della serialità televisiva. Ma per Costner, che a questa resistenza ha dato un fondamentale contributo, evidentemente non è così. Il western è ancora il campo di prova fondamentale in cui misurare le possibilità di mantenere in vita lo spirito della nazione e la scintilla mitica del cinema. Per questo, Horizon è innanzitutto un affare personale, in cui mettere in gioco anima e corpo, rischiando soldi, tempo, passione.

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Prima ancora dei risultati, è chiaro che siamo di fronte a un’impresa titanica. E già questo Capitolo 1, presentato in anteprima a Cannes, mostra l’ambizione di una narrazione epica, in cui si affollano e si intrecciano più linee di racconto, innumerevoli personaggi, situazioni, toni. Tutto ruota intorno a un territorio vergine da colonizzare, in Montana, e al progetto di fondazione di una nuova comunità, Horizon appunto. Ma il problema è che il luogo prescelto per la nuova città, si trova nel terreno di caccia di una tribù Apache, che è ben lontana dai suoi luoghi abituali. Il film inizia proprio con un massacro compiuto dagli indiani, che, sembra essere un contromovimento rispetto a Balla coi lupi. Ma è solo un primo atto, subito rimesso in equilibrio nello sviluppo delle vicende. A riprova della complessità di temi e motivi cui ambisce Costner.

Del resto questa dello scontro tra coloni e nativi è solo una delle tracce di Horizon. Ci sono, nel mezzo, storie di vendette e di speculazioni, cowboy solitari e carovane che si muovono lungo il Wyoming e il Montana, minacciosissimi e sanguinari clan familiari (che sembrano usciti da Hatfields & McCoys), fuorilegge e prostitute, bande armate di cacciatori di taglie, cavalleggeri nordisti, immigrati cinesi, tracce che vengono dal passato e piste che lasciano presagire un salto nel futuro.

È ovvio che, nella complessità del materiale narrativo, questo primo capitolo ha essenzialmente una funzione di preparazione. Costner ha appena il tempo di metter sul tavolo le carte, tutte o quasi (alla fine del film, in una specie di coming soon si intravede Giovanni Ribisi in ruolo che molto probabilmente avrà un peso determinante nel seguito). E lo fa da giocatore consumato, consapevole dell’importanza dell’attesa. A cominciare dal suo ingresso in scena, a lungo rinviato. Ed è un’apparizione fordiana che si carica di un valore ideale e di un’intensità struggente. Anche se questo Hayes Ellison sembra lontano dalla dimensione eroica (o antieroica) di altri personaggi costneriani, per mostrarsi incerto e vulnerabile e confondersi nella folla di un gigantesco racconto corale.

In ogni caso, pur nella sua incompiutezza, questo primo capitolo ha la capacità di ridar fiato al cinema con un respiro sempre più raro oggi. Un cinema polifonico, di inspirazioni ed espirazioni, fatto di picchi e rallentamenti, capace di passare in un battito dall’azione a momenti di intimità. E sebbene le immagini, con la fotografia di James Michael Muro, non riescano a nascondere i limiti di un digitale un po’ troppo appiattito, la forma arriva alla densità e alla purezza cristallina del classico, dopo essere passato attraverso gli echi di Kasdan (come la presenza di Jeff Fahey) e le nostalgie degli anni d’oro costneriani.

Come un vertiginoso viaggio nel tempo. Che sembra poi, la questione fondamentale. Tornare ad aver tempo, riprendersi il tempo. Il tempo della narrazione e quello della visione (solo questo primo capitolo dura tre ore). Con la consapevolezza lacerante che quell’ambizione alla versione definitiva è un sogno irrealizzabile. Del resto, anche narrativamente, Costner non può dar conto di tutto, dar voce a tutti. Pur nei tempi lunghi che si è dato, è costretto a ellissi, a salti improvvisi. Ma anche nei vuoti, nei difetti, nelle cose che non tornano, ciò che avverti sempre, è un desiderio commovente. Di dire qualcosa che abbia un senso, di toccare le vite. Il bisogno di un cinema che apra il cuore.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.8
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Il voto dei lettori
4.09 (11 voti)
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