HORROR & SF – La sconfitta della Ragione

Dopo un 2014 straordinario e un 2015 di transizione, il 2016 sembra in procinto di regalare grandi soddisfazioni per il genere horror. In attesa di poter (ri)vedere su grande schermo lo straordinario It Follows di David Robert Mitchell (in uscita il prossimo 6 luglio), ecco due film dei quali sentiremo parlare molto in futuro: The VVitch – A New England Folktale di Robert Eggers e Baskin di Can Evrenol. Canadese il primo e turco il secondo, sono due opere prime molto diverse tra loro per stile e contenuti, accomunate però da una profondità di sguardo e da una padronanza dialettica tali da renderli quasi due facce della medesima medaglia; entrambi i film infatti recuperano una delle funzioni primarie dell’horror, quella di mettere in discussione le certezze e gli agi dell’ordine costituito (qualsiasi cosa si intenda con esso). Nel 2016, l’horror che conta è ancora quello che rigira il coltello nella piaga, quello che si rifiuta di fornire risposte preferendo piuttosto interrogarsi (e interrogare) sulle domande che non trovano soluzione. Quello che mette a nudo la fallacia del reale facendone emergere i nervi scoperti, ripristinando – finalmente! – la funzione primaria dell’irrazionale come motore e forza centripeta di un mondo, il nostro, dove l’Orrore è tanto più grande quando non lo si riesce a spiegare e a rappresentare (ridurre) attraverso la parola. Lontano da mode, tendenze, saghe e fenomeni da botteghino. Come nel bel At the Devil’s Door di Nicholas McCarthy (ancora inedito in Italia), anche in The VVitch e in Baskin non si riesce mai a capire cosa stia accadendo veramente sullo schermo, né tantomeno il perché. Non c’è bisogno di troppe spiegazioni, in fin dei conti: quando l’horror si riappropria della sua innata dimensione politica, il risultato è soprattutto la presa di coscienza di una sconfitta (fisica,umana, sociale) che riguarda tutti.

 

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2Su The VVitch avremo ampiamente modo di ritornare, dal momento che l’uscita nelle sale italiane è prevista per il prossimo 18 agosto: per il momento basti sapere che il film di Robert Eggers (vincitore del premio per la miglior regia al Sundance Film Festival del 2015) è indiscutibilmente uno dei titoli di punta della stagione, in grado di catturare l’interesse anche dello spettatore meno avvezzo alle derive di genere. Ambientato nel New England del XVII° secolo e scritto dallo stesso Eggers sulla base di ”leggende, racconti e resoconti scritti di stregoneria storica incluse riviste, diari e documentazioni di processi”, The VVitch rientra a pieno titolo in quel sottogenere definito folk horror, basato cioè su vicende di ambientazione rurale inerenti la tradizione classica e il folklore (come nel classico The Wicker Man di Robin Hardy, per intenderci). La fiaba e il mito, il fascino del bosco e la paura delle streghe. Un grande film sul silenzio di Dio e sul fallimento delle armi della Fede dinanzi a un orrore indecifrabile e intangibile: di fronte a una Natura silenziosa e attonita si consuma il dramma di una famiglia di coloni provenienti dall’Inghilterra, anticipato dalla misteriosa sparizione del loro figlio neonato davanti agli occhi della primogenita Thomasin (interpretata da una giovanissima e sorprendente Anja Taylor-Joy). L’orrore nasce dalla bellezza e dal desiderio, la ricerca di un’innocenza perdutapriva di macchie è una via crucis di dolore e morte che non porterà nessun risultato. Ne riparleremo.

 

Il turco Baskin invece è un sorprendente tour de force che vede protagonisti un gruppo di 3poliziotti, chiamati a soccorrere una pattuglia in difficoltà nei pressi di una villa nei cui sotterranei si nasconde un orrore misterioso e ancestrale. Vincitore del premio come miglior regista esordiente al Fantastic Fest di Austin, il film del giovane Evrenol (che adatta e amplia un suo cortometraggio omonimo) è innanzitutto la messa in scena di un ordine che alza le mani e cede il passo all’avanzare del caos: una brillante riflessione sul Potere che soccombe al Male del quale è servo, sottolineata da una circolarità narrativa che si rivela funzionale al disegno complessivo del film. Un’opera visivamente imponente, che nella seconda parte richiama alla mente il grand guignol del miglior Clive Barker; ma il debito più palese è quello nei confronti di Dario Argento, con una fotografia dominata dai rossi, gialli e blu come in Inferno, e con uno spudorato omaggio a Suspiria (scoprirete voi quale). Suspiria e Inferno, già, ovvero due tra i più grandi monumenti al fallimento della ragione di fronte al propagarsi selvaggio e incontrollato dell’orrore puro; ma anche la dimostrazione che pochi altri film hanno saputo forgiare l’immaginario in maniera simile. Denso, oscuro e sanguinoso, Baskin è una vera e propria discesa (anche letterale) negli inferi che non disdegna una forte componente allegorica, ma si dimostra pienamente in grado di saperla reggere senza mai cadere nella trappola del simbolismo più facile e didascalico.

 

Insomma, ancora una volta l’irrazionale mette al tappeto istituzioni apparentemente incrollabili (la Fede in The VVitch, la Legge in Baskin), lasciando dietro di sé solamente il silenzio della quiete dopo la tempesta. È la fine delle certezze, il campanello di allarme di una realtà che non può (più) essere percepita solamente in quanto tale: la lezione del new horror di tre decenni fa è stata assimilata, la sua eredità compiutamente raccolta. L’horror che conta passa anche da qui.

 

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