House of the Dragon, di Ryan Condal e George R. R. Martin

Crudo, spietato ed eccitante. Dopo Game of Thrones, la HBO ha nuovamente tra le mani il prodotto che ridefinirà il successo del fantasy moderno. Su Sky.

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Il peso della corona. In Shakespeare, come in George R. R. Martin, i destini dei sovrani non possono sfuggire all’onda di sangue di cui il diadema regale è simbolo e culminazione naturale. Eppure nessuno può resistere veramente al suo fascino inebriante. Anche quando la sua conquista equivale a morte (o perdizione) certa. Che venga designato dal fato, dalla provvidenza o per puro caso, l’uomo (o la donna?) che indossa la corona porta sul capo un’incombenza troppo grande per una singola persona. Un fardello talmente pervasivo e totalizzante da condannare alla servitù la vita di chi la porta, e di tutti coloro che gli ruotano attorno. C’è chi come Riccardo III, arriva a recidere i più stretti legami di sangue pur di conservare l’illusione del potete regio. Chi, come Robert Baratheon, ha già ucciso i nemici ancor prima di conquistare il fatidico trono, e cade preda della vacuità dell’esistenza. Oppure chi come il Viserys Targaryen (Paddy Considine) di House of the Dragon, rifiuta fino all’ultimo di sottomettersi al richiamo belligerante della regalità, pagando a caro prezzo lo scotto di un’immobilità non contemplata dalla centralizzazione monarchica del suo fragile regno. Dove la corona è l’unico simbolo di (de)legittimazione delle fantasie di potere. Di chi lo detiene in apparenza, e di chi lo persegue nell’oscurità.

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Ci troviamo nuovamente a Westeros, 170 anni prima degli eventi di Game of Thrones. Da anni sul Continente Occidentale regna una idilliaca stabilità, di cui la casata Targaryen è artefice e garante unico. Ogni sintomo di ribellione nei sette regni è ormai un ricordo lontano, e la famiglia regnante trascorre le giornate tra giostre, feste e ordinaria amministrazione. E per quanto il mondo contingente sia simile a quello della serie ammiraglia, le coordinate che lo caratterizzano sono profondamente diverse. Non è più il re/uomo a situarsi al centro del suo sistema governativo, ma il riflesso del suo potere. Un’immagine che in House of the Dragon non può che coincidere con la normalizzazione di ciò che in seguito sarà visto come straordinario: la presenza dei draghi. E in un contesto di deterrenza naturale, dove la stabilità di una famiglia all’apice della suo splendore è compromessa dalle sole turbolenze intestine, è logico aspettarsi un cambio di paradigma rappresentativo, tanto nelle logiche del conflitto, quanto nelle strategie che governano la configurazione da prequel del racconto.

In questo senso House of the Dragon non perde tempo nel risolvere la narrazione secondo soluzioni narrative di rottura, che allontanano la serie dalle estetiche di riferimento dell’iconico predecessore. Già in apertura notiamo un’inversione di rotta radicale, con la voice over della principessa Rhaenyra (Emma D’Arcy) a introdurre sin da subito le radici tematiche su cui monterà l’intreccio della prima stagione: la designazione di un erede e la lotta fratricida alla successione. Ma è nell’inoltrarsi oltre la soglia del presente, estendendo il racconto su circa 25 anni di storia, che la serie – adattata non da un romanzo, ma dal volume storiografico Fuoco e sangue – rompe del tutto con le declinazioni temporali di Game of Thrones, per farsi pietra angolare di un universo perlopiù autonomo. Insomma, la sua progettualità iconografica, rispetto ad un altro prequel fantasy come Gli anelli del potere, non muove a partire dalla coincidenza estetica con il passato/futuro. Al contrario. La fedeltà alle atmosfere da thriller politico delle origini è solo lo strumento con cui la serie cattura le referenze emotive della fanbase, e le ri-orienta all’interno di una realtà profondamente diversa, sia nell’espressione che nella successione temporale degli eventi. È così, allora, che House of the Dragon disinnesca ogni senso di derivatismo nella trasparenza con cui diverge dalla testualità passata. E su cui, come vedremo, sublimerà le sue numerose (e clamorosamente audaci) strategie narrative. Anche quelle più rischiose.

Nel raccontare gli episodi antecedenti alla “Danza dei Draghi”, ovvero a quella guerra civile che porterà all’estinzione dei temibili volatili e al collasso irreversibile della casata Targaryen, House of the Dragon direziona il suo primo ciclo stagionale verso i meandri dell’antefatto. Legandone lo sviluppo alle ramificazioni del salto cronologico, con tutto ciò che ne consegue in materia di coerenza rappresentativa. L’osservazione diacronica dei fatti spinge così la narrazione ad adottare una forbice temporale decisamente ampia, che può trovare continuità solo nel paradosso di una (dis)continuità iconografica degli interpreti. Tra una metà e l’altra della stagione le diverse staffette attoriali porteranno il racconto a dilazionare nel tempo la caratterizzazione dei vari personaggi-icone, e gli spettatori a rinegoziare il loro investimento emotivo tra volti e personalità sempre nuove. Un grande rischio, che avrebbe potuto portare alla dispersione dell’identificazione spettatoriale, se non ci fosse stato alla base un ragionamento sistematico su come servirsi degli spazi vuoti in direzione drammatica. E in questo senso, il salto temporale diventa in House of the Dragon un ulteriore elemento di drammatizzazione, il veicolo del non-detto, di tutto ciò che non è espresso in immagini, ma si ripercuote inevitabilmente sull’evoluzione emotiva dei protagonisti. Fino ad arrivare alla tragedia. A quel casus belli, che posizionato in chiusura (e non in apertura) della stagione, porta l’antefatto nella Storia. Se non nuovamente a Shakespeare. “Il mio regno, per un cavallo!” urlava Riccardo III mentre cercava disperatamente di fuggire dal campo di battaglia. “I miei (sette) regni… per una corona?” è la domanda che come un pugnale affilato strazia i cuori dei protagonisti. E che segnalerà il principio di ogni fine. Di quella danza che farà crollare il mondo nelle tenebre più cupe. Senza dare al sole la possibilità di risorgere.

Titolo originale: id.
Regia: Miguel Sapochnik, Greg Yaitanes, Clare Kilner, Geeta Vasant Patel
Interpreti: Paddy Considine, Matt Smith, Emma D’Arcy, Olivia Cooke, Milly Alcock, Fabien Frankel, Emily Carey, Eve Best, Steve Toussaint, Rhys Ifans, Tom Glynn-Carney, Ewan Mitchell, Harry Collett, Bethany Antonia, Phia Saban, Ty Tennant, Graham McTavish, Elliott Tittensor, John Macmillan, Sian Brooke
Distribuzione: Sky, NOW
Durata: (stagione 1) 10 episodi da circa ’60
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
Sending
Il voto dei lettori
4 (5 voti)
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