Succession, di Jesse Armstrong

Tra virtuosismi espressivo/dialogici e introspezione shakespeariana, la serie HBO con la terza stagione assurge al grado di opera-icona della contemporaneità, trascendendo il medium televisivo. Su Now

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Perché non te ne vai a fare in culo?” non è solo l’impropero prediletto con cui il patriarca Logan Roy (Brian Cox) si approccia tanto ai subordinati, quanto ai più stretti membri della sua famiglia – anche loro ridotti, in un certo senso, alla stregua di miseri sottoposti – ma la quintessenza dell’uomo, il veicolo verbale attraverso cui l’incontrastabile tiranno manifesta il suo potere, soggiogando le coscienze di chi gli sta attorno. Sin dagli esordi, infatti, Succession ha fatto della parola – e delle variazioni espressivo/dialogiche a cui si presta – il centro di convergenza da cui irradiare le stravaganze e le ambiguità di una famiglia ai limiti del disfunzionale, lo strumento significante con cui ognuno dei suoi membri raggira i problemi (sia interni che esterni alla famiglia). Se il fuck off di Logan è l’elemento sublimante con cui il magnate dei media esercita la sua terrificante influenza, i virtuosismi verbali dei suoi figli servono a nascondere le loro insicurezze. Le geniali e sagaci punch-lines di Kendall (Jeremy Strong), l’ironia dialettica di Shiv (Sarah Snook) e le battute/insulti a sfondo sessuale di Roman (Kieran Culkin) non solo celano la natura stessa delle loro fragilità – l’istinto alla distruzione/autodistruzione del primo, la paura di perdere il controllo della seconda e l’impotenza fallica del terzo – ma condividono l’origine traumatica, oltre al medesimo anelito: il desiderio di essere accettati agli occhi dell’amato/odiato padre.

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Nella terza stagione di Succession, la posta in gioco non cambia nella sostanza – alla base del racconto resta sempre la battaglia tra figli e patriarca per il controllo della Waystar Royco, il più grande conglomerato mediale in America – ma nell’entità. Se nel corpus iniziale di episodi, la particolare idea di “preservazione famigliare” che Logan persegue attraverso il più arido (e disumano) distacco emozionale richiama (ancora) alla mente la parabola del magnate dei media Rupert Murdoch – la celebre famiglia del tycoon è il dichiarato punto di partenza da cui lo showrunner Jesse Armstrong struttura le dinamiche famigliari alla base del racconto – arrivati al nuovo ciclo di puntate, l’immagine di unità/disunione dei Roy entra in una dimensione talmente estrema da superare qualsiasi referenza alla realtà. La messa in scena di una “guerra” intestina – la seconda stagione si conclude con l’annuncio a reti unificate di Kendall riguardo la colpevolezza del padre nello scandalo sessuale in cui è stata travolta la Waystar Royco, con Logan ad osservarlo impietrito – diviene qui il pretesto narrativo mediante cui testare le reali personalità dei protagonisti, rileggendole attraverso il filtro dello scontro intergenerazionale. È nel momento in cui essi devono scegliere da che parte stare – se tradire il patriarca e assumere il controllo dell’azienda, o rimanere ininfluenti sotto l’egida di una figura insuperabile – che la natura dei loro traumi (e di conseguenza, delle rispettive soggettività) emerge veramente a galla. Quello a cui Succession è interessato non è tanto la disposizione delle pedine sulla scacchiera del conflitto, ma la messa in scena di una perdizione inesorabile, a cui i “fragili” non possono sfuggire. Il culmine di un percorso che la serie HBO non nasconde sin dal principio. Perché Logan Roy, per quanto “folle”, non è Re Lear. Piuttosto che soccombere all’inezia dei suoi figli-traditori, è disposto a schiacciarli, privandoli anche del sostegno della controparte genitoriale (la madre assente, che al posto dei figli “avrebbe voluto dei cani”). Un confronto impari, da cui emerge solamente chi è disposto ad abbandonare l’ultimo briciolo di umanità.

E se mai come adesso, le dinamiche interne alla famiglia Roy diventano lo strumento privilegiato attraverso cui indagare la disfunzionalità dei rapporti e far emergere la materia drammatica, Succession non abbandona quello spirito irriverente che le ha permesso di entrare nell’immaginario collettivo globale. Espressioni come “ti castrerei e sposerei in un istante” o “non aprire il vaso di Pandora. Ci troverai solamente altri cazzi” non solo sottolineano la natura (assurda) dei legami tra personaggi altrettanto ambigui – le frasi inquadrano rispettivamente l’iconica bromance tra Tom (Matthew Macfadyen) e Greg (Nicholas Braun) e il rapporto anagraficamente asimmetrico tra Roman e Gerri, a cui egli invia numerose foto del pene – ma aprono la strada ad un dialogo extra-televisivo tra la narrazione e il suo spettatore di riferimento, in virtù di una coscienza autoreferenziale su cui la serie non smette mai di giocare. E nel presentare lo scontro/incontro di personalità abiette – disposte alle più terribili nefandezze pur di allontanare il peso delle loro coscienze traumatiche – Succession immerge i propri personaggi in una macchina seriale incontenibile, dove alla negazione (narrativa) della catarsi, corrisponde un appagamento (spettatoriale) irrefrenabile. Il coronamento di un racconto, che nella sua stagione più cinica e brutale, arriva a trascendere il piccolo schermo, per porsi – insieme a Twin Peaks: Il ritorno – come il vertice assoluto della golden age televisiva contemporanea.

Titolo originale: id.
Regia: Mark Mylod, Adam McKay, Cathy Yan, Andrij Parekh, Lorene Scafaria, Kevin Bray, Matt Shakman, Becky Martin, Shari Springer Berman & Robert Pulcini
Interpreti: Brian Cox, Jeremy Strong, Sarah Snook, Kieran Culkin, Matthew Macfadyen, Nicholas Braun, Alan Ruck, J-Smith Cameron, Peter Friedman, Alexander Skarsgard, Adrien Brody, Hiam Abbass, Arian Moayed, David Rasche
Distribuzione: Sky, NOW
Durata: circa 60′ ad episodio
Origine: USA, 2018, 2019, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
Sending
Il voto dei lettori
5 (2 voti)
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