I predatori, di Pietro Castellitto

Una nuvola di fumo. Fumo negli occhi e nella macchina da presa. Inizia con una allucinazione mefistofelica I predatori. Vinicio Marchionni, corpo attoriale legato alla periferia romana “simulata” (Romanzo criminale, Il contagio), cammina sul lungomare di Ostia per andare a truffare una vecchia pensionata dicendole di essere un amico del figlio. Quest’ultimo è un patito di Mussolini che ha un’armeria e trascorre le sue giornate con moglie, figlio, croci celtiche e parenti pregiudicati. Si imbatte in un rampollo matto della Roma bene – padre medico, madre regista! – che chiede di commissionargli una bomba. Vuole far esplodere la tomba di Nietzsche.

Affresco corale, incastri, tanti personaggi. Dobbiamo ammettere che all’esordio di Pietro Castellitto, figlio d’arte ventottenne che presto interpreterà Francesco Totti in una serie Tv, non manca l’ambizione di misurarsi con una cifra di racconto impegnativa. Stilisticamente sembra rievocare ghigni frontali e carrellate sorrentiniane, supportato in questo dalla perizia tecnica di Carlo Rinaldi, cinematographer formatosi nell’horror. E infatti il film è un festival degli orrori dove non si salva nessuno o quasi. Il regista racconta con rabbia acida (e presumibilmente autobiografica) il mondo dei ricchi e con sguardo tra il parodistico e l’intimo (soprattutto per quanto riguarda i personaggi femminili) quello dei fascisti burini.

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Il territorio è quello cinico e anti-epico dei brutti, sporchi e cattivi. Quello che da decenni continua a ricordarci che “siamo delle merde”. Nella sua rabbia nervosa contro l’istituzione familiare il giovane Castellitto ambiva forse a portare a casa una sorta di Magnolia generazionale, I predatori resta però un’opera bloccata nelle sue figure e nei suoi ambienti. Le singole storie sopravvivono a piccolissime dosi: un’inquadratura a Ostia, un’espressione del volto di un’attrice, uno sketch su popolo e filosofi individualisti. Ne viene fuori un film dove alla fine emergono solo “differenze”: il film nel film, il figlio alienato (il regista) che sbrocca, balbetta, fa scoppiare bombe e si muove come un isterico Charlot suggerendo un film che è tutto nella sua testa, la psicotica piccola borghesia fascista contrapposta ai ricchi della Roma bene, a sua volta ricondotta a salotti, cliniche, ville in Toscana e sale cinematografiche (perché ormai il cinema appartiene solo a un certo tipo di classe sociale). Non c’è un unico sguardo. Né forse una sola idea. Iperrealismo/naturalismo/fumettismo. Tutto procede per piccole unità, in una modalità dicotomica, categorizzata. Allora forse serviva un cinema più “sporco”, più contaminato e libero. Meno costruito, meno confezionato, meno… borghese.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.83 (6 voti)

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